Salute 22 Ottobre 2020 08:20

Francia, medico italiano racconta: «Crescono i contagi ma gli ospedali reggono»

«Contagi a macchia di leopardo con zone più e meno colpite. Gli ospedali sono preparati, hanno più esperienza e la sanità del territorio sta contenendo la seconda ondata. Terapie intensive al 20% in alcune grandi città»

di Federica Bosco

Settantaseimila nuovi casi nelle ultime 24 ore. Cresce in maniera preoccupante l’asticella dei contagi Oltralpe che supera le 950mila unità, eppure le parole di Marco Mafrici, oculista italiano da sette anni impiegato in un ospedale del sud della Francia, oggi sono rassicuranti seppur lo stato di allerta sia alto. Mafrici è stato anche autore, insieme ad altri 200 colleghi, di un appello lanciato alle istituzioni in una lettera inviata a Macron lo scorso mese di aprile in piena emergenza Covid-19.

Sei mesi fa, insieme ad altri colleghi, lei scrisse a Macron per invitarlo a fare tesoro dell’esperienza italiana e non finire travolti dal virus. Guardando i dati odierni sembra che qualcosa sia andato storto. La Francia oggi è il terzo paese più colpito dal virus come pazienti contagiati, cosa non ha funzionato?

«In realtà il messaggio che passa in Italia è fuorviante, il virus non ha mai smesso di esistere e di circolare come in ogni altro Paese, che ci sarebbe stata una seconda ondata si sapeva, i contagi sono a macchia di leopardo con zone più colpite ed altre molto meno. La cosa importante è non far sovraffollare gli ospedali ed è l’unico modo per sostenere il sistema sanitario. Oggi gli ospedali non sono nella stessa situazione di emergenza di marzo e aprile anche se i contagi aumentano. I medici di famiglia stanno facendo la loro parte sul territorio per evitare la congestione delle strutture ospedaliere».

Le indicazioni fornite a Macron sono state seguite?

«Non voglio entrare nel merito di scuola, attività commerciali e coprifuoco, mentre invece per quanto riguarda il sistema sanitario, alcuni ospedali hanno iniziato a rinviare gli interventi meno urgenti, un 20% in meno in media. Ad esempio, a Rouen in Normandia e a Sant’Etienne. Invece a Strasburgo o a Marsiglia hanno fatto scelte diverse e tutto è rimasto nella norma. Ogni dipartimento e all’interno ogni struttura ospedaliera ha agito secondo le proprie esigenze e il contesto territoriale. Alcuni non hanno mai ripreso l’attività al 100% dopo la prima ondata ed oggi sono al 60% della potenzialità delle sale operatorie. Il che significa che non hanno mai considerato finita l’emergenza».

I reparti di rianimazione e terapia intensiva si stanno riempiendo: secondo le stime ufficiali sono oltre 1900 i pazienti ricoverati…

«I numeri crescono, ma le ospedalizzazioni sono poche, rispetto al numero di contagi e alla diffusione del virus; gli asintomatici e i paucisintomatici sono la maggioranza assoluta e di fatto chi non ha complicanze viene curato a casa e seguito dai medici di famiglia. In ospedale ci sono rigidi protocolli da seguire: dalle mascherine alla temperatura e nelle sale operatorie si entra solo con un tampone negativo. Le rianimazioni sono al 50% e l’età media dei pazienti si è abbassata, oggi siamo intorno ai 50 anni. In Italia viene descritta una situazione catastrofica ma non è così, non siamo nella situazione di marzo aprile, gli ospedali sono preparati, hanno più esperienza e la sanità del territorio sta contenendo l’ondata. Il virus c’è, ma tutto viene gestito senza affanno almeno per ora, nei mesi successivi vedremo come evolverà il quadro epidemiologico e sanitario. Il livello di guardia però resta alto».

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