Lavoro 2 Marzo 2020

La comunicazione ai tempi del Coronavirus: dalle incoerenze dei politici alle discussioni tra esperti (non proprio rassicuranti)

L’intervista a Luigi di Gregorio, politologo all’università della Tuscia: «I media vivono di dinamiche ipercompetitive che amplificano i fenomeni di massa, ma i medici devono imparare a comunicare in un tempo senza certezze»

di Tommaso Caldarelli
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Luigi di Gregorio è politologo e professore Aggregato di Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche, della Comunicazione e del Turismo dell’Università della Tuscia di Viterbo dove attualmente insegna “Comunicazione politica, pubblica e sfera digitale”. Autore di diversi libri e saggi, il suo ultimo lavoro è “Demopatia – sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico”, sugli scaffali per Rubbettino. In questi giorni di pronunciato caos mediatico riguardo i fenomeni epidemici legati al nuovo Coronavirus, gli abbiamo chiesto quali siano i meccanismi che governano la circolazione di notizie fuori controllo, al limite delle psicosi di massa.

Professore, lei sosteneva che quanto osservato in questi giorni sembrerebbe un caso da manuale di psicologia delle masse. Ci condivide qualche riflessione su questo? 

«Dobbiamo partire dal concetto di “villaggio globale“, formula coniata da Marshall McLuhan oltre 50 anni fa. La globalizzazione genera interdipendenze economiche, sociali, culturali, tecnologiche ma, soprattutto, psicologiche. Grazie ai mass media, specie digitali, il mondo assume le caratteristiche di un unico villaggio, in cui tutto si propaga in tempo reale, ovunque nel globo, se ha copertura mediatica. Ovviamente questo fenomeno è rafforzato e amplificato nei casi più notiziabili, ossia nei casi che maggiormente attivano le reazioni emotive del pubblico. Ad esempio, attentati terroristici o epidemie. Il terrore e il panico operano un contagio emotivo e psicologico molto rapido e potente».

Dunque non è un caso isolato. Quali altri casi si possono ricordare? 

«Tutte le epidemie e gli attentati terroristici recenti hanno generato fenomeni di questo tipo. È abbastanza usuale, ad esempio, che se vediamo e “viviamo” quasi in real time un attentato – come quelli recenti di Parigi – una reazione tipica sia quella di evitare luoghi affollati o mezzi pubblici anche nelle nostre città. Almeno fin quando la notizia riempie i titoli di giornali e telegiornali. Allo stesso modo, potremmo dire che la Bse, l’aviaria, la Sars ecc. siano nate e morte sui media. Non è così, ma nella nostra percezione sì. Le abbiamo scoperte grazie ai mezzi di informazione e ne abbiamo decretato la fine una volta che sono sparite dai titoli dei giornali».

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Lei ha a lungo riflettuto e scritto sul ruolo dell’informazione nella dinamica pubblica e politica. Gli operatori dell’informazione come si sono comportati? A un certo punto hanno anche cambiato radicalmente tono…

«Gli operatori dell’informazione hanno seguito quella che in gergo si chiama media logic, che altro non è che una logica di mercato. Tutti operano in un mercato saturo e ipercompetitivo, di conseguenza per venderci le notizie cercano titoli a effetto o immagini forti. Questo è fisiologico, ma purtroppo genera conseguenze patologiche. Nel senso che amplifica la portata dei fenomeni nel percepito di massa. E, purtroppo, come ci insegna la legge di Thomas, se gli individui definiscono come reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze. È esattamente ciò che è avvenuto anche in questo caso ed è la ragione per cui da qualche giorno assistiamo ad una specie di “inversione a U“, per cui si sta provando a rassicurare tutti, anche a causa dei danni di immagine ed economici che stavano derivando per il nostro Paese. Ovviamente bisogna fare attenzione anche a definire il fenomeno al contrario, cioè negando del tutto il problema. Perché così facendo non saremmo in grado di contenere i contagi reali del virus».

Allo stesso modo quale è stato il ruolo ed il comportamento dei decisori pubblici? 

«L’aspetto più evidente della gestione politica mi pare sia stato quello di una difficoltà nella catena di comando. Abbiamo assistito anche alla minaccia del Presidente del Consiglio di togliere la materia sanitaria dalle competenze regionali. Cosa peraltro non semplicissima, per ragioni costituzionali. Allo stesso modo, abbiamo visto comportamenti incoerenti e schizofrenici, specie nelle dichiarazioni da campagna permanente, che hanno inseguito l’emozione pubblica del momento: grande attenzione a chiudere gli ingressi e a suggerire quarantene all’inizio e poi virata a 180 gradi verso l’apertura di tutto ciò che intanto era stato chiuso… Attenzione, col senno di poi è facile individuare errori e capri espiatori. Ma nel pieno di una crisi come questa, da gestire in tempo reale e sull’onda del contagio emotivo, non è facile prendere decisioni giuste, né dare un’impressione di autorevolezza e di competenza. L’abbiamo visto anche tra virologi ed epidemiologi, che hanno dato vita a discussioni non proprio rassicuranti per un popolo che in generale è ormai abbastanza privo di certezze».

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E arriviamo appunto qui: in queste dinamiche al limite del panico, quale è il ruolo dei “tecnici”, nel nostro caso, i medici? In questo frangente come si sono comportati?

«I medici nei presidi sanitari direi bene. I medici come comunicatori meno, per la ragione che ho appena indicato. Siamo una società tendenzialmente priva di credenze stabili e di punti cardinali, in tutti i settori. Se anche la scienza dà un’impressione caotica e conflittuale, ciò non aiuta una gestione ragionevole della crisi. Gli scienziati, di ogni disciplina, sanno bene che i conflitti tra teorie e ipotesi sono all’ordine del giorno, anzi è la fisiologia dell’avanzamento scientifico. Ma le persone si aspettano altro, specie quando si sentono in pericolo; si aspettano raccomandazioni e interpretazioni univoche. Se ciò non è possibile, è sicuramente possibile evitare di sovra-esporre quei conflitti, per ridurre il panico da insicurezza e favorire una linearità nella gestione della crisi».

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