Salute 13 febbraio 2018

«Sconnessi per un giorno, la dipendenza da web ci fa perdere il contatto con la realtà»

L’appello dello psichiatra David Martinelli, esperto di dipendenza da Internet presso il Policlinico Gemelli: «La realtà virtuale ci spinge a legare rapporti con persone che non esistono, va a finire che trascuriamo chi ci sta accanto»

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Che conseguenze hanno i dispositivi digitali sul processo di apprendimento di bambini e ragazzi? Cosa si può fare per evitare che l’utilizzo di Internet e social network diventi una dipendenza? Perché quando il telefono è scarico o non si ha campo si ha l’ansia di non essere raggiungibili? David Martinelli, psichiatra presso il Policlinico Gemelli di Roma, spiega il fenomeno della dipendenza da internet che colpisce sempre più giovani e fornisce una serie di consigli a genitori, insegnanti e ragazzi per evitare che la vita in rete prenda il posto di quella reale.

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Dottore, in un’epoca in cui si è iperconnessi si parla di dipendenza da social e da internet. Che cos’è nello specifico questo fenomeno e quali sono le fasce di età più colpite?

«Parliamo del fatto che la nuova generazione, quella che viene definita dei nativi digitali, ha fatto esperienza di questi nuovi modi di comunicazione sin dall’infanzia e quindi ha sviluppato un modo di vedere la realtà che è diverso dalla generazione precedente. Internet è un mezzo, quindi in sé non è né buono né cattivo, però è fondamentale che la generazione degli adulti, dei genitori, degli educatori, sia consapevole di questo nuovo modo di vedere la realtà per potersi interfacciare correttamente con i giovani, per potergli passare i contenuti corretti che gli vogliamo trasmettere e per poter evitare gli eccessi che possono portare a problemi».

Per ottenere questo risultato, cosa possono fare concretamente le famiglie?

«Intanto non devono essere spaventate da questi nuovi mezzi, perché la paura porta a dare delle regole che riflettono soltanto i nostri timori e non le necessità del ragazzo. Sarebbero quindi regole inefficaci che il ragazzo non rispetterà. Cominciamo invece a pensare che non c’è bisogno di essere ingegneri informatici per capire cosa fanno i nostri ragazzi su internet: c’è semplicemente bisogno di essere curiosi e di capire che cosa li entusiasma. Possiamo poi seguire poche regole di base, che possiamo riassumere partendo dal presupposto che un ragazzo che sta su internet non è a casa ma è fuori casa: bisogna quindi comportarsi con lui facendogli fare e negandogli le stesse cose che gli faremmo fare per strada a seconda della sua età».

Nel momento in cui non si può usufruire di internet si creano delle situazioni di vero e proprio panico: perché si reagisce così e cosa succede effettivamente in questi casi?

«Nel momento in cui i ragazzi che abbiano una dipendenza da internet vengono, per una qualunque ragione, sconnessi, si generano delle reazioni violente assolutamente insospettate: ragazzi assolutamente calmi e senza nessun tipo di problemi possono anche, ad esempio, arrivare a distruggere la propria camera. C’è uno stato di ansia che emerge e che è legato anche ad un fatto a cui forse non abbiamo mai pensato: questa è la prima generazione che non ha mai fatto l’esperienza della solitudine. Sono ragazzi che sono cresciuti senza provare la sensazione di non poter contattare una persona a loro cara, e tornare improvvisamente a questa condizione scatena reazioni di questo genere».

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Lei parlava di nativi digitali: secondo lei è possibile riscontrare delle differenze per esempio nel grado di apprendimento, di memorizzazione o elaborazione dei concetti, rispetto alle generazioni passate che non avevano supporti digitali?

«Sicuramente assistiamo a dei fenomeni per cui questa nuova generazione apprende in maniera molto più rapida però fa molta più fatica a fermarsi e ad approfondire. Ma per i prossimi dieci anni la possibilità di cambiare sarà ancora nelle mani delle generazioni precedenti: dipenderà molto da come la generazione precedente saprà utilizzare questi nuovi mezzi e dal tipo di contenuti che saprà trasmettere».

Può darci qualche indicazione sul numero di ore che un bambino può quotidianamente trascorrere su dispositivi digitali, sia dal punto di vista del gioco che dell’apprendimento?

«Più che un orario limite, bisogna considerare come questa attività è inserita all’interno della giornata del ragazzo. La cosa importante è che non sia l’attività che assorbe tutto il tempo libero, o comunque la stragrande maggioranza del tempo libero, ma che sia una delle attività da associare ad altre attività di tipo diverso. Un’altra cosa molto importante da considerare è di prestare attenzione all’inversione del ritmo, cioè ai ragazzi che tendono a stare svegli tutta la notte e a dormire di giorno. Questo è sicuramente un segnale di disagio che può avere molte ragioni e molte spiegazioni. Va tenuto sotto controllo perché solitamente implica il fatto che l’uso della rete nasconde alcuni problemi. Ovviamente stiamo parlando di un qualcosa che si ripete costantemente, non del fatto che una tantum si faccia più tardi davanti al computer».

Ma internet ha cambiato effettivamente qualcosa nelle relazioni, per esempio coniugali?

«Senz’altro, perché trascorrere la gran parte del tempo in una realtà che è distaccata dalla nostra realtà concreta, in una realtà dove entriamo solo con la nostra mente e non con il nostro corpo, ci può portare a trascurare le nostre relazioni affettive, che possono essere coniugali, di amicizia, ma anche di lavoro o di interessi, per trasferire il tutto all’interno della rete, dove però queste persone non esistono».

Per concludere, il cyberbullismo è diventato, se vogliamo, una piaga sociale. In che modo si differenzia dal bullismo tradizionale?

«Il cambiamento è legato soprattutto al fatto che internet ha moltiplicato la potenza degli atti di bullismo.  Non esiste infatti il corpo, che è un limite alla violenza: se io faccio un atto di bullismo dal vivo, vedendo l’altro che piange o che sanguina mi fermerò; se lo faccio su internet posso tranquillamente non rendermi conto di quanto la vittima stia soffrendo e quindi continuare indeterminatamente a far del male a questa persona che in realtà soffre in maniera intensissima, forse anche di più che se venisse vessato fisicamente. Oltretutto c’è da ricordare che internet non ha confine, da internet non è possibile scappare. Se in un atto di bullismo che si svolge nel mondo reale io posso per lo meno immaginare di cambiare scuola o di cambiare città, e questo è già un pensiero confortante, da internet non si piò scappare. Ovunque io vada, il nuovo compagno di classe si può collegare a internet, cercare il mio nome e scoprire quello che mi è successo, rendendo la persecuzione molto più potente e dando un senso di impossibilità a sfuggire. Questo rende la situazione molto più grave fino al punto di spingere alcuni ragazzi a pensare che l’unica soluzione possa essere il suicidio».

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