Sanità internazionale 18 Gennaio 2022 12:44

La fine della pandemia non sarà annunciata in televisione

Una riflessione di due studiosi inglesi sul BMJ propone un quesito: tutta questa ossessione per i numeri della pandemia non starà ritardando l’adattamento della popolazione e la conseguente “fine” dell’emergenza? I contagi non arriveranno mai a zero, ma questo in precedenza non è mai servito

La fine della pandemia non sarà annunciata in televisione

Sembrava che il 2021 fosse l’anno buono per uscire dalla pandemia e lasciarci questo periodo complicato alle spalle. Dopo la seconda ondata, si cominciava a parlare di ritorno alla normalità e di immunità di gregge, e almeno fino all’estate ci abbiamo creduto tutti anche grazie agli effetti dei vaccini. Ma poi, iniziando con i Paesi più poveri e più densamente popolati, si sono rivisti numeri record di contagi e ospedalizzazioni ed è cominciata la grande corsa all’inseguimento delle varianti.

Secondo un articolo a firma di Peter Doshi e David Robertson sul British Medical Journal, dovremmo abituarci all’idea che la fine della pandemia «non sarà annunciata in televisione». Come del resto non lo è stata per nessuna delle epidemie prima di questa. Con una differenza però importante: Covid-19 è stato monitorato come nessun altro virus prima d’ora. Monitoraggi degli effetti, della diffusione, dei test, dei ricoveri e anche dei vaccini somministrati. Numeri che ormai ci accompagnano da anni e siamo abituati a leggere e a “tenere sotto controllo”. Ma anche numeri che, di fronte alla paura dei cittadini, sono stati a volte un baluardo per non farsi prendere dal panico, a volte uno sprone per proteggersi e seguire le norme. Sempre però, ribadiscono gli autori, hanno mantenuto viva «l’aura di emergenza».

Parametri e oggettività

Quel che i due autori intendono è che non esistono dei parametri che decreteranno in maniera oggettiva la fine della pandemia, né l’Organizzazione mondiale della Sanità che ne ha annunciato l’inizio provvederà ad annunciarne la fine come di una guerra. Sembra che nella mente di tutti viva questa credenza che quando i contagi avranno raggiunto lo zero e i vaccini il 100% non dovremmo più preoccuparci di Covid-19. Eppure, non è così semplice.

Negli ultimi 130 anni le pandemie respiratorie sono sempre state caratterizzate da ondate stagionali annuali. L’ultima grande pandemia in ordine di tempo, quella di Spagnola, è avvenuta su tre/quattro ondate: dal 1918 al 1920. Ma anche quella di “influenza asiatica” si è svolta dal 1957 al 1959, con ampio margine di variabilità su quelle che sono considerate le loro fini. La variabilità che si rileva dimostra come le pandemie siano imprecise per natura e ancor di più se si usano i tassi di mortalità per determinarne i confini.

I periodi “di mezzo”

La mortalità da virus respiratori non arriva mai a zero, perché da soli continuano a colpire in tutte le stagioni e anche negli spazi tra quelle che vengono definite “pandemie”. Tra 1928 e 1929 si stimano oltre 100 mila decessi per H1N1 negli Stati Uniti, per esempio. Discernere tra “decessi da pandemia” e “decessi da periodo interconfessionale” ha poi senso a questo punto? Specie considerando che spesso i morti di questi periodi di mezzo alla fine superano quelli “pandemici”, com’è accaduto tra 1946 e ’47, prima della stagione pandemica “asiatica”.

Fine delle misure = libertà?

Allora, una pandemia finisce quando le misure di salute pubblica e le restrizioni vengono revocate? Bisogna tener conto, ricordano gli autori, che per Covid-19 gli accorgimenti dei governi sono stati molto più forti rispetto alle misure adottate nelle precedenti pandemie. Per esempio, la Spagnola ha visto un ritorno alla normalità in tempo molto breve, anche perché non c’era alternativa. Prima di internet “distanziarsi” non era fattibile, il cibo non veniva consegnato a domicilio e per lavorare era necessario sempre andare in presenza. Con Covid-19 invece abbiamo interrotto la vita sociale di tutti “senza precedenti”, proprio perché la valutazione dell’andamento dell’epidemia è stata così fortemente legate alle metriche epidemiologiche.

Da qui la riflessione di alcuni storici che hanno considerato come le pandemie spesso non finiscono quando finisce la malattia, ma quando «all’attenzione del pubblico in generale e nel giudizio di alcuni media e delle élite politiche che modellano quell’attenzione, la malattia cessa di essere degna di nota». I numeri delle survey però rischiano di alimentarne la retorica anche quando la minaccia sarà più bassa e prolungare “emotivamente” la durata della pandemia. «Disattivare o disconnetterci dalle dashboard può essere l’azione più potente per porre fine alla pandemia – scrivono -. Questo non è seppellire la testa nella sabbia. Piuttosto, sta riconoscendo che nessun set singolo o congiunto di metriche dei numeri può dirci quando la pandemia è finita».

La fine della concezione emergenziale della pandemia potrebbe essere essa stessa la fine della pandemia, questo suggeriscono Doshi e Robertson. Arrivando alla conclusione che la fine di una pandemia è «fenomeno più sociologico che biologico». La fine di Covid-19 sarà dunque graduale e naturale, ci adatteremo sempre più alla sua presenza, allentando quarantene e isolamenti. «La pandemia di Covid-19 – scrivono – sarà finita quando spegneremo i nostri schermi e decideremo che altre questioni sono ancora una volta degne della nostra attenzione. A differenza del suo inizio, la fine della pandemia non sarà trasmessa in televisione».

 

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