Salute 18 Aprile 2019

Trapianto fegato-rene in due momenti diversi, al Niguarda il primo in Italia. De Carlis: «Intervento complesso, ecco come abbiamo fatto»

Il direttore dell’equipe della chirurgia generale e dei trapianti diretta dell’ospedale milanese racconta a Sanità Informazione la difficile operazione su una donna affetta da malattia policistica: «Scelta obbligata, la donna era in ipotermia. L’organo pesava intorno ai 13/14 chilogrammi». Il rene tenuto in funzione da una macchina di perfusione

di Federica Bosco
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Per la prima volta in Italia, all’ospedale Niguarda di Milano è stato portato a termine con successo un doppio trapianto fegato-rene in due momenti differenti su una paziente di 53 anni affetta da policistosi epatorenale, una patologia che induce una crescita fuori controllo sia del fegato che dei reni. A realizzare il duplice intervento, con questa tecnica americana ideata ad Indianapolis, ma mai utilizzata prima d’ora in Italia, è stata l’equipe della chirurgia generale e dei trapianti diretta dal professor Luciano De Carlis che ha parlato a Sanità Informazione.

Professore, di cosa si tratta?

«La novità e l’eccezionalità dell’intervento stanno nella sequenzialità del trapianto, prima di fegato e, a distanza di due giorni, di rene. Questa è stata una decisione che ho preso dopo il primo trapianto di fegato reso necessario per una malattia policistica che ha compromesso la funzionalità dell’organo causandone un ingrossamento di proporzioni notevoli. Questo è stato un intervento estremamente difficile perché l’organo della donna pesava intorno ai 13/14 chilogrammi, per cui abbiamo usato una circolazione extracorporea, come fosse un intervento di cardiochirurgia, e farmaci, amine, vasi costrittori per mantenere la pressione adeguata. Non è stato facile perché era in corso una ipotermia – la malata era intorno ai 30 gradi – quando abbiamo finito l’intervento, perciò non era in condizioni ideali per sopportare in quel momento anche un trapianto di rene».

Solo in quel momento ha deciso di adottare una tecnica nuova, ideata negli Stati Uniti, ad Indianapolis, e mai utilizzata in Italia?

«Proprio così, perché un rene per poter funzionare ha bisogno di una situazione aerodinamica ottimale per cui ho deciso nella circostanza di usare questa macchina di perfusione – machine perfusion – e aspettare in rianimazione che la paziente riprendesse le condizioni ottimali per il secondo trapianto. Questo è avvenuto dopo due giorni. Il rene è rimasto 54 ore in questa macchina di perfusione che è un tempo di ischemia fredda estremamente prolungato per cui tale da dare anche dei grossi problemi, ma nella circostanza era la soluzione migliore e le macchine hanno consentito di mantenere questa funzione e, una volta effettuato il secondo trapianto ed impiantati i vasi, il rene ha ripreso la sua funzione già sul tavolo operatorio, quindi è stata una ripresa immediata».

Con quali risultati?

«Il vantaggio è stato duplice: sia per la macchina di profusione che ha consentito la rigenerazione e la tempistica prolungata, sia per la paziente affinché arrivasse in condizioni non critiche al secondo intervento, come invece erano dopo il trapianto di fegato».

I due organi sono dello stesso donatore?

«Il vantaggio è proprio questo, il fatto di utilizzare due organi di uno stesso donatore, ci pone difronte a dei vantaggi immunologici non indifferenti, perché il sistema immunitario riconosce questi organi come non suoi, ma come provenienti da un donatore unico. Tra l’altro donatore unico con cui è stato appurato un grado di compatibilità ottimale. Il fatto di avere due donatori distinti, infatti, avrebbe fatto confondere il sistema immunitario, generando più facilmente fenomeni di rigetto pericolosi».

Il decorso post-operatorio come sta andando?

«Assolutamente bene, è un percorso regolarissimo compatibilmente con le terapie immunosoppressive che sta seguendo la paziente, ma tutto sta andando per il meglio e la donna verrà dimessa a breve».

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