Salute 4 Ottobre 2019 10:28

Sanità penitenziaria al collasso, la denuncia di un medico: «Burnout e carenza di personale, situazione ingestibile»

Parla Michele Zavaglia, camice bianco che opera nelle carceri di Pavia, Voghera e Vigevano: «In media facciamo 70 visite giornaliere più controlli e dimissioni, una mole di lavoro eccessiva che mette a rischio l’incolumità professionale»

di Federica Bosco

La sanità penitenziaria è al collasso. A lanciare il grido di allarme è Michele Zavaglia, medico di medicina generale che in questo momento lavora su tre istituti: Voghera, Vigevano e Pavia, tre micromondi con un approccio differente nei confronti del personale medico. «C’è una mole di lavoro eccessiva che mette a rischio l’incolumità professionale» sottolinea Zavaglia, che poi mette in evidenza anche le differenze tra i vari istituti penitenziari, ognuno con le proprie peculiarità. Problematiche che si vanno a sommare alla cronica carenza di personale.

Carenza di personale e burnout. Cosa significa?

«L’incolumità professionale non è garantita perché esiste un burnout di lavoro insostenibile. In media facciamo 70 visite giornaliere, a cui si aggiungono controlli e dimissioni, quindi c’è una mole di lavoro eccessiva che mette a rischio l’incolumità professionale. Se si sbaglia le conseguenze sono pesanti.”

Dunque una emergenza a tutto tondo…

«I medici nelle carceri sono sempre meno – riprende il medico – il caso di Pavia è emblematico. Nei mesi scorsi ben tre colleghe sono andate via e non sono state sostituite. Quindi anche l’organizzazione è carente. Ogni duecento pazienti detenuti dovrebbe esserci un medico, invece a Pavia sono 700 con un solo operatore e qualche collega in appoggio da altri istituti per coprire i turni. Per rendere l’idea, nel carcere di Pavia in infermeria arrivano in media 300 telefonate al giorno. Ad ottobre non riusciremo a coprire i turni di guardia per la carenza di personale – tuona Michele, visibilmente provato – quando parlo di emergenza però mi riferisco anche alla carenza strutturale degli ambulatori che paradossalmente è più evidente dove non esiste una vera emergenza di personale. Infatti, se a Pavia la principale emergenza è di personale medico, mentre la struttura è all’avanguardia, a Voghera il problema di fondo è la struttura fatiscente che non permette ai medici di lavorare in condizioni accettabili».

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Quali problemi riscontrate in carcere?

«Se a Voghera, carcere di massima sicurezza con prevalenza di detenuti italiani che  scontano lunghe pene,  per lo più ricevo qualche aggressione verbale – commenta Michele -, nel carcere di Pavia, che oggi è pieno con una popolazione carceraria composta da 743 detenuti di cui il 75% marocchini e tunisini,  la situazione è ingestibile – denuncia, mentre prende fiato per entrare nei dettagli di una quotidianità fatta di continua emergenza – Questi pazienti, in particolare provenienti dal Nord Africa, hanno come loro impeto l’autolesionismo. Il rischio per noi operatori è soprattutto di tensione psicologica che mette a dura prova la nostra resistenza».

Da un punto di vista medico l’emergenza che nome ha?

«La tubercolosi è tornata di grande attualità nelle carceri. La presenza di popolazione straniera, proveniente dal nord Africa ha portato molti focolai di tubercolosi che non sono purtroppo stati individuati per tempo a causa della carenza di medici e quindi oggi si sono diffusi a macchia di leopardo. Un caso emblematico è accaduto circa un mese fa a Pavia dove tutti gli agenti di polizia penitenziaria hanno dovuto fare il test di Mantoux per l’infezione della tubercolosi latente, non si trattava di negligenza o incuria, ma di mancanza di tempo del medico di turno troppo oberato di lavoro. Quindi questo detenuto con tubercolosi attiva prima di essere isolato, ha avuto modo di girare per il carcere col rischio di infettare altre persone. E questi episodi sono all’ordine del giorno. A volte su problematiche meno invasive, come fratture o lesioni di arti, altre più a rischio per l’effetto epidemico. In ogni caso ciò che non funziona è la gestione della sanità nelle carceri».

Personale carente, a rischio dunque incolumità, ma anche sicurezza professionale… «È un burnout, il rischio di sbagliare è alto con conseguenze gravi anche a livello psicologico per i medici. Per i vertici aziendali dell’ASST importante è avere un medico a disposizione per una eventuale emergenza, perché devono tutelare il patto fatto con il Ministero di giustizia che prevede sempre un medico in turno, senza rendersi conto che i problemi sono più profondi. Anche a livello retributivo ci sono grossi limiti. Il mio caso è emblematico: dopo 15 anni di professione nelle carceri ho chiesto di essere assunto, avendo esperienza e capacità anche di sostituire il dirigente sanitario quando necessario, invece continuo ad avere contratti annuali. Non solo, gli specialisti che prima venivano in carcere per le visite ai detenuti a causa dei continui tagli alla sanità hanno avuto una decurtazione nella tariffa oraria e se prima si partiva da una base di 60 euro lorde l’ora, oggi siamo sull’ordine di 25 euro lordi. Sa con quali conseguenze? Gli specialisti non hanno più accettato l’incarico con la necessità ora di uscire dal carcere per portare il detenuto a fare una visita ortopedica o al cuore. Quindi oggi nella incongruenza del sistema, alla fine il risparmio paventato con la decurtazione oraria è diventato un costo aggiuntivo: per il personale, che deve accompagnare il paziente alla visita (quattro agenti in media), per il mezzo di trasporto, (auto o furgone che sia) e per i tempi perché se il cardiologo in istituto in un’ora visitava quattro detenuti, ora per una visita all’esterno come minimo occorre prevedere almeno due ore di tempo».

Quali potrebbero essere le soluzioni?

«Innanzitutto, sarebbe necessaria una programmazione e un contratto nazionale per la medicina penitenziaria. Non esiste ad esempio un corso di formazione o un master per sanità penitenziaria. E se anche l’azienda volesse assumere medici non ci sarebbero risorse disponibili perché il lavoro non è allettante, se è a 27 euro lorde l’ora. Questa è un’altra conseguenza del numero chiuso perché mentre vanno in pensione molti medici, non c’è il ricambio. Sarebbe più opportuno almeno stabilizzare chi da anni lavora in queste strutture o almeno far sì che i contratti siano biennali. Infine, nella medicina penitenziaria esiste un’altra emergenza che riguarda il personale: infermieristico e di agenti penitenziari, il tutto aggravato dalla scarsa sicurezza generata dalle sezioni aperte».

 

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