Salute 18 giugno 2018

QI, studio norvegese: figli meno intelligenti dei padri? Marina de Tommaso (SIPF): «Intelligenza non cala, si trasforma»

«I cambiamenti non depotenziano i neuroni ma li trasformano permettendogli di adattarsi a diversi approcci cognitivi». Così risponde la Presidente della Società Italiana di Psicofisiologia e Neuroscienze Cognitive commentando la ricerca nordeuropea che dimostra un calo di “quoziente intellettivo” nelle generazioni odierne

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Fu Alfred Binet, uno psicologo francese, il padre del primo test di misurazione dell’intelligenza. E fu sempre Binet, ai primordi del XX secolo, insieme allo psicologo Théodore Simon, a brevettare la ‘scala’ di misurazione intellettiva che consisteva, nella prima versione, in 30 problemi di natura eterogenea, organizzati e disposti in ordine crescente di difficoltà. Questa ‘scala Binet-Simon’ rappresenta la base del moderno test QI oggi utilizzato per sondare lo sviluppo cognitivo dell’individuo.

È proprio da questo test che è partita l’indagine di un gruppo di ricercatori norvegesi del Regnar Frisch Centre for Economic Centre di Oslo, che dopo aver somministrato il test QI a 730mila individui, sono giunti alla conclusione che è in corso dagli anni ’70 in poi un drastico calo d’intelligenza in tutta la popolazione mondiale. Insomma i figli sarebbero meno intelligenti dei padri, secondo gli studiosi norvegesi, con una flessione di 7 punti in meno ogni decennio.

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«Non stiamo parlando d’intelligenza nello specifico ma di capacità cognitive». Spiega Marina de Tommaso, Presidente della Società Italiana di Psicofisiologia e Neuroscienze Cognitive (SIPF) e Docente di Scienze Mediche di Base, Neuroscienze e Organi di Senso presso l’Università di Bari Aldo Moro intervistata da Sanità Informazione in relazione allo studio norvegese. «La ricerca di Oslo è molto interessante ma ritengo che sia necessario fare delle dovute precisazioni – entra nel merito la neurologa -. L’intelligenza umana è troppo complessa per essere misurata con un criterio preciso e standardizzato. Questi test, per quanto siano attendibili, non possono comprendere tutta la laboriosità del cervello umano che inevitabilmente viene influenzato da tanti altri elementi come il Dna, l’ambiente e l’educazione».

Eppure i ricercatori nordeuropei adducono motivazioni efficaci per spiegare la curva discendente che, secondo loro, determinerebbe l’involuzione intellettiva umana: «Tra le possibili cause – hanno dichiarato Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch – la tendenza dei bambini di oggi a leggere poco e passare molto tempo con i videogiochi».

«Credo che questo calo evidenziato – osserva la dottoressa de Tommaso – possa essere imputato più semplicemente all’aspetto metodologico: siamo oramai abituati ad utilizzare macchine elettroniche per qualsiasi tipologia di operazione, quando ci viene somministrato un test tradizionale (magari con carta e penna) è verosimile che nello svolgimento l’esaminato abbia più difficoltà rispetto allo svolgimento supportato da altri metodi. Al contrario se il test viene effettuato con un sistema computerizzato (magari simile al gioco che si utilizza spesso) ecco che lo svolgimento risulta più facile e ottiene un altro risultato».

«Quello che voglio dire – prosegue de Tommaso – è che non cambia l’intelligenza ma cambia il modo di utilizzarla: non si tratta di un calo intellettivo ma di un modo diverso di esprimersi, dunque si trasforma il sistema cognitivo senza obbligatoriamente depotenziare i neuroni».

Secondo questa teoria, è possibile presupporre che tra 100 anni, a forza di utilizzare dispositivi elettronici per qualsiasi tipo di attività inchiostro e carta scompariranno? «Probabilmente sì – risponde la dottoressa -. Se l’individuo non dovesse cimentarsi in qualche attività per parecchio tempo, i circuiti neuronali di tipo elaborativo perderebbero destrezza in relazione a quella determinata metodologia, dunque non si allineerebbero a svolgerla non riuscendo a portarla a termine. Questo non vuol dire che il cervello è meno efficiente ma soltanto che l’intelligenza si adatta ai cambiamenti metodologici senza alterare la sua sostanza».

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Tuttavia, è consigliabile abbandonare quelle metodologie ‘tradizionali’ che hanno condotto l’uomo a tagliare il traguardo del progresso? «Per rispondere a questa domanda che in tanti ci poniamo – osserva la Presidente – sarebbe interessante fare un esperimento: andrebbe fatto un training cognitivo con carta e penna e un training di tipo digitale, alla fine valutare su quale dei due sistemi l’intelligenza riesce ad attivarsi in maniera più completa».

«È chiaro – conclude la neurologa – che non è possibile chiudere un occhio davanti al progresso, però ci vuole una riflessione. Io credo che il sistema tradizionale (soprattutto nelle scuole) non vada superato, si tratta di un sistema logico e razionale che ha permesso la rivoluzione digitale. Mettere i bambini direttamente a contatto con il frutto di una rivoluzione sarebbe fargli saltare uno step, dunque una fase evolutiva fondamentale. I bambini devono attraversare tutte le tappe che l’umanità ha percorso, altrimenti si rischia di facilitargli troppo il compito e, diciamolo, stiamo parlando del futuro dell’umanità quindi è bene valutare con attenzione pro e contro».

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