Salute 17 Dicembre 2020 12:10

Prevedere le epidemie? Vespignani: «Più difficile delle previsioni meteo, noi ne siamo parte»

Torniamo a colloquio con l’epidemiologo computazionale: «E fra la prima e la seconda ondata noi avevamo la “foto dell’uragano”. Nuovi lockdown una sconfitta» 

di Tommaso Caldarelli

«Qui negli Stati Uniti, come altrove, le feste sono e saranno un problema. Abbiamo visto cosa è successo con il Thanksgiving, il giorno del ringraziamento, che dura tre giorni. Le feste di Natale sono più lunghe e questo può creare veramente un fenomeno di shock. Il numero di infezioni è ancora alto, il numero di ospedalizzazioni è ancora molto alto. Ritornare a una situazione non controllata, senza limiti e senza monitoraggio può essere molto pericoloso e può portare a gennaio a misure molto severe». Inizia dall’attualità il nostro secondo colloquio con Alessandro Vespignani, professore di Fisica alla Sternberg Family Distinguished University, Computer Science ed Health Science alla Northeastern University di Boston, da cui parla raggiunto in videocall da Sanità Informazione.

Come i meteorologi

Dopo il primo colloquio con uno dei forse più noti epidemiologi computazionali del mondo, ci eravamo accordati per un secondo appuntamento al fine di farci spiegare in cosa consista il lavoro che gli scienziati della Northeastern sanno predisporre per la previsione computazionale della diffusione di epidemie. «Il nostro lavoro è simile ai meteorologi – spiega Vespignani – con approcci computazionali, algoritmi e computer, cerchiamo di sviluppare metodologie che permettano di monitorare, fare sorveglianza, disegnare scenari, e infine previsioni sulle traiettorie dei fenomeni epidemici. La definiamo epidemiologia computazionale e come le previsioni del tempo, si tratta di “dare in pasto” ai computer numeri e dati perché vengano analizzati e venga sputato fuori un risultato che si possa poi studiare per aiutare con interventi e misure di mitigazione».

Secondo il noto principio “garbage in, garbage out” dunque, l’attendibilità del modello predittivo dipende moltissimo dalla qualità dei dati che vengono inseriti nello stesso modello. «Per avere una comprensione e un potere di analisi sulle malattie a trasmissione virale uomo-uomo – chiarisce – servono dei dati molto buoni sul comportamento delle malattie e sul comportamento delle persone. In passato abbiamo studiato eventi come la pandemia influenzale da H1N1, o l’epidemia di Ebola in Africa occidentale, avevamo sviluppato sistemi di analisi e supporto decisionale che potessero essere utili agli operatori in prima linea».

Prevenire le epidemie si può, ma serve un’infrastruttura

Alcune lezioni dalle precedenti epidemie sono state platealmente confermate all’insorgere della pandemia da Covid-19. «Sapevamo già, ed è stato confermato – conferma Vespignani – che c’è bisogno di una infrastruttura molto più pronta, a livello nazionale e internazionale, per fornire una risposta a possibili eventi di tipo epidemico o pandemico. Per anni abbiamo cercato di dire a tutte le agenzie e a tutti i governi, il pericolo di una pandemia è sempre più acuto in un mondo interconnesso. Perché ogni paese ha il suo centro meteo? E perché ogni paese ha il suo centro di studio su terremoti e gravi eventi naturali ma non ci sono centri nazionali per disastri di tipo pandemico? Perché esistono piani di evacuazione ma non piani pandemici costantemente aggiornati e omogeneizzati nel mondo?».

«All’inizio di questa pandemia – continua Vespignani – eravamo in un mondo che non aveva a sua memoria un evento come una grande pandemia. Tornando sull’esempio meteo, quando si prevede un uragano si va dal decisore politico con una foto satellitare e si dice, “guarda che qui succederà un disastro all’80%”, perché ogni previsione è comunque probabilistica. Di lì si fanno partire le evacuazioni e i piani di soccorso. Purtroppo noi una foto satellitare non l’abbiamo. Portiamo delle curve, dei numeri, e per i decisori a febbraio era difficile agire quando il numero di casi sembrava limitato».

Vespignani: «I lockdown sono una sconfitta»

«Il grande rammarico invece è sulla seconda ondata, su settembre e su ottobre. Lì a quel punto anche senza foto satellitare tutti sapevano cosa stava per succedere, tutti ricordavano cosa capita quando i numeri prendono la salita esponenziale, tutti erano nelle condizioni di anticipare il virus e non di inseguirlo. Si era detto per mesi che l’estate doveva essere il momento della preparazione e doveva essere una preparazione di tipo bellico, con strutture enormi per fare i test, con eserciti di tracciatori, con la volontà di risolvere problemi strutturali come l’affollamento sul trasporto pubblico, di sensibilizzare, di creare programmi di screening di massa. Tutto questo non è stato fatto, la politica si è incagliata sul pensare cose tipo “vediamo meno casi, forse il virus sta cambiando”. I lockdown, lo dicevo a ottobre, si potevano evitare, sono una sconfitta. E oggi sono la sconfitta di un mondo che non si è voluto preparare, visto che d’altronde le cose si possono fare: in Corea del Sud sono 50 milioni, in Giappone sono 120 milioni di persone e mi sembra che una gestione diversa sia possibile».

E nei prossimi mesi, quali previsioni e scenari si possono fare? Innanzitutto, spiega Vespignani: «Oltre le poche settimane i modelli predittivi sono inattendibili. Possiamo ipotizzare degli scenari di tendenza riguardo le campagne vaccinali». Nei prossimi due mesi, dunque di qui a marzo, «le dosi di vaccino non avranno una distribuzione tale da avere un impatto forte sui numeri, non avremo ancora una distribuzione di massa. Per vedere l’effetto delle vaccinazioni serviranno numeri molto più grandi che potremo vedere solo più avanti».

 

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