Salute 1 novembre 2018

Ospedali psichiatrici giudiziari, Carpiniello (Sip): «Le Rems non sono nate per sostituire gli Opg. Posti insufficienti e servizi inadeguati»

Il presidente della Società italiana di psichiatria: «Necessario creare una rete di strutture in grado di ospitare tutti gli ex pazienti degli Opg, cominciando dall’adeguamento di quelle esistenti. E poi lavorare in equipe per reinserire i pazienti rifiutati dalla società per il loro passato criminale»

di Isabella Faggiano
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«A tre anni dalla chiusura definitiva degli Opg, gli Ospedali psichiatrici giudiziari, la situazione resta difficile da gestire. In molte regioni ci sono le Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. Ma queste strutture non sono nate per sostituire gli Opg e di fatto non ne hanno la capacità, né in termini di capienza, né in termini di servizi erogati». Il bilancio di Bernardo Carpiniello, presidente della Sip, la Società italiana di psichiatria, è tutt’altro che positivo: «È necessario creare una rete di servizi adeguata – ha aggiunto Carpiniello – e lavorare in equipe per garantire non solo la cura, ma anche il reinserimento del paziente psichiatrico criminale».

Un lavoro capillare su tutto il territorio nazionale che, stando alle parole del presidente della Sip, ricorda quello messo in moto dopo l’approvazione della legge Basaglia che, nel 1978, decretò la chiusura dei manicomi: «Con l’entrata in vigore della legge 180 – ha ricordato il presidente Carpiniello – abbiamo dovuto attendere una ventina di anni prima che la riforma arrivasse realmente a regime, potendo contare sul supporto di una rete di strutture in grado di sostituire i manicomi. Ora, dopo la chiusura degli Opg, il percorso da affrontare è piuttosto analogo. Non dico che ci vorranno altri 20 anni – ha rassicurato lo psichiatra –  ma sarà necessario del tempo prima di poter costruire un sistema che funzioni e che risponda con efficacia alle esigenze di cura di questi pazienti».

LEGGI ANCHE: I 40 ANNI DELLA LEGGE BASAGLIA. CARPINIELLO (SIP): «UNA RIVOLUZIONE SOCIALE E CULTURALE. OGGI PERO’ STRUTTURE VECCHIE E POCHI FONDI»

Attualmente, a colmare il vuoto strutturale lasciato dalla chiusura degli Opg ci sono solo le Rems. «In quasi tutte le regioni – ha spiegato Carpiniello – ci sono delle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, per un totale di circa 600 posti letto». Troppo pochi rispetto alle effettive richieste, tanto che il riversamento dei pazienti dagli Opg alle Rems ha creato lunghe liste di attesa: «Molte persone realmente destinate alle Rems – ha aggiunto il presidente Sip – sono costrette ad aspettare del tempo prima di poter essere accolte all’interno di queste Residenze. È  difficile stimare il numero esatto di pazienti che sono attualmente in lista di attesa, ma di sicuro non parliamo di pochi individui».

Carenza di posti letto, liste di attesa che si allungano, sono tutte criticità di un sistema che, innescando un circolo vizioso, si ripercuotono sulla qualità delle cure: «Quei pazienti che si ritiene opportuno inserire nelle Rems – ha commentato Carpiniello – vengono sottoposti a trattamenti residenziali, ricoverati in strutture che non sono state ideate per il trattamento di questa tipologia di pazienti, gli ex detenuti negli Opg, appunto».

Le proposte della Società italiana di psichiatria per migliorare la situazione sono già sul tavolo. Il primo passo da compiere è l’adeguamento strutturale: «le residenze esistenti – ha detto Carpiniello – dovrebbero essere ammodernate nel rispetto delle esigenze di cura di questi pazienti».

Il secondo obiettivo punta, invece, sul personale sanitario e non solo. «I casi trattati negli Opg sono casi complessi che obbligano ad un lavoro di equipe, che non può esaurirsi con l’intervento del medico. È necessario – ha aggiunto lo psichiatra – che il personale sanitario sia connesso in rete anche con i servizi sociali. Riscontriamo un grosso problema di reinserimento nella comunità. Sono tante le persone che possono essere rifiutate dalla società perché autori di gravi reati. Per questo il nostro lavoro non può finire con il compimento del percorso terapeutico. Dobbiamo lavorare affinché la comunità e le famiglie, se ovviamente ce ne sono le condizioni – ha concluso Carpiniello – riaccolgano tutte queste persone».

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