Formazione 29 Novembre 2016 12:57

Osas, sindrome apnee notturne in crescita. Professore Leone: «Patologia che mette a rischio la vita del paziente»

Antonio Leone, Direttore dell’Unita Operativa Otorinolaringoiatria dell’Ospedale Monaldi di Napoli: «Medici più formati per fronteggiare l’emergenza. Nel team che lavora per l’interesse del paziente una funzione cardine la svolge il medico di base che deve indirizzare il malato correttamente per diagnosi e terapie»

La malattia delle apnee notturne è sempre più un allarme sociale. Cresce il numero dei pazienti come si aggrava l’impegno economico a cui il Sistema Sanitario Nazionale deve far fronte. A proposito questa patologia Sanità Informazione ha intervistato Antonio Leone, Direttore dell’Unita Operativa Otorinolaringoiatria dell’Ospedale Monaldi di Napoli.

Professore si parla ormai sempre con insistenza di Osas, una sigla che lei magari ci aiuterà a declinare. È un allarme sociale?

«L’Osas è la sindrome delle apnee notturne ed è una patologia effettivamente grave che mette a rischio la vita del paziente. La patologia ha un’entità di importanza sociale rilevante perché sono più di un milione e mezzo le persone in Italia che ne soffrono. Questo comporta anche un impatto socio-economico importante, tanto è vero che grava sulla spesa pubblica di circa 2 miliardi di euro. Potete bene immaginare, quindi, quanto sia importante una diagnosi precoce e quanto sia fondamentale un approccio terapeutico corretto. Osas è talmente importante da un punto di vista sociale che le nuove norme per le patenti di guida prevedono che gli autisti pubblici si sottopongano ad un esame di polisonnografia, un’indagine che è in grado di diagnosticare la malattia».

Qual è il modo più efficace per diagnosticarla?

«L’indagine cardine è rappresentata dalla polisonnografia che permette di monitorizzare dei parametri vitali che indicano prevalentemente se il paziente riesce ad ossigenarsi in maniera corretta durante il sonno oppure va in una sospensione respiratoria, abbassando quei parametri di ossigeno e CO2 nel sangue che sono alla base di tutte quelle complicanze che questa patologia può generare».

Riguardo l’approccio terapeutico?

«L’approccio terapeutico è conseguente a queste indagini. A questo proposito la tecnologia ci è venuta in aiuto mettendo a disposizione degli strumenti validati per la diagnosi della patologia di facile utilizzo e soprattutto che possono soddisfare le liste d’attesa molto lunghe. Una volta fatta la diagnosi di patologia ostruttiva del sonno, soprattutto se di grado severo, il trattamento cardine è rappresentato dalla CIPAP, un apparecchio che mette aria sotto pressione per cui supera l’ostacolo meccanico della respirazione e ripristina una buona ventilazione e ossigenazione tessutale. Ma se il paziente non vuole utilizzare questo strumento per tutta la vita, ci sono delle alternative terapeutiche rappresentate da trattamenti chirurgici di pertinenza dell’otorino laringoiatra, del maxillo-facciale, oppure un inserimento, quando è indicato, di alcuni device ortodontici che consentono di migliorare la performance respiratoria durante il sonno ».

Professore come ci accennava la diagnosi e la terapia sono processi che coinvolgono tanti professionisti. A tal proposito quanto è importante che questi professionisti siano adeguatamente formati e aggiornati?

«Sicuramente per un corretto approccio a questa patologia c’è necessità di un team multidisciplinare che lavori insieme facendo sistema nell’interesse del paziente. Quello che è importante è anche la formazione. Per poter essere formati bisogna conoscere e diffondere questa patologia non solo agli specialisti interessati al percorso terapeutico ma anche ai medici di base che rappresentano nel nostro sistema sanitario la figura cardine di indirizzo al trattamento per qualunque tipo di patologia».

Il medico di base è la prima sentinella.

«Assolutamente. Il medico di base è in realtà colui che ha la chiave di tutto il sistema sanitario, in particolare sia dei primi livelli che dei secondi livelli. Quindi è importantissimo che i medici di base abbiamo la coscienza dell’importanza di questa malattia e indirizzino, in caso di necessità, il paziente nei centri multidisciplinari per la diagnosi pretrattamento».

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