Salute 12 Luglio 2019

Lungodegenza e dignità del fine vita, in Campania è emergenza posti letto e hospice

A Napoli e provincia un paziente terminale su tre trascorre i suoi ultimi giorni nei reparti per acuti. La proposta di Anaao: «Riconvertire strutture dismesse e incrementare ruolo infermiere di famiglia»

di Chiara Stella Scarano
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«Il paziente terminale ha bisogno di tempo. Sembra un paradosso? Non lo è. Il paziente terminale e i suoi parenti hanno bisogno di parlare, e di ascoltare. Ma troppo spesso, in un caso su tre, è nel reparto per acuti che trascorre i suoi ultimi giorni. E il personale sanitario di quel reparto, si capisce, a volte non può dedicargli più di cinque minuti. Perché a pochi metri di distanza ci sono emergenze da affrontare, vite da salvare».

Sono queste le parole del dottor Maurizio Cappiello, direttivo nazionale Anaao Assomed e componente dell’Osservatorio Salute e Sanità – Città di Napoli, che forse spiegano, più di tanti numeri, dati e statistiche, l’emergenza in Campania relativa alla carenza di strutture adibite ad hospice e di posti letto per la lungodegenza. Di conseguenza, si pone come priorità assoluta restituire ai pazienti terminali la possibilità di trascorrere i loro ultimi giorni in un ambiente consono, ma anche ai loro congiunti di poter ricevere il giusto supporto psicologico.

I numeri del fenomeno. «In Campania (come nel resto d’Italia) stiamo assistendo a un allungamento importante dell’età media della popolazione – spiega Cappiello –  e questo ce lo dicono i dati ISTAT: basti pensare che solo nel 2018 sono stati censiti oltre un milione di abitanti con un’età media superiore ai 65 anni. Ovviamente l’aumento della terza età va di pari passo con l’aumento delle patologie croniche, in particolare le patologie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer, ma anche patologie cardiovascolari come l’insufficienza cardiaca oppure le sindromi geriatriche come la sarcopenia. A fronte di ciò in Campania abbiamo poco più di 3.600 posti letto con una media di 0,65 posti letto per post acuti ogni mille abitanti. In tutta la Campania, inoltre – continua –  sono censiti solo sette hospice con circa 73 posti letto, che assistono  circa 900 pazienti all’anno, con una media di 120 pazienti per hospice, a fronte però di circa 19mila malati terminali che vengono censiti ogni anno in Campania».

Lo stato attuale dell’assistenza al fine vita. «Venendo meno l’assistenza in strutture dedicate – spiega il dottore – è stato visto che circa un paziente su tre trascorre gli ultimi giorni della propria vita in ospedale per acuti, determinando una carenza dal punto di vista della dignità cui questi pazienti avrebbero diritto, e che sarebbe invece conservata se venissero trattati in ambienti più idonei. Ciò naturalmente risente di alcune variabili dovute sia alle condizioni socioeconomiche del paziente, ma anche all’assetto socio-assistenziale del territorio di residenza. Per quanto riguarda invece l’assistenza di tipo psicologico al momento negli ospedali per acuti non esiste una figura professionale dedicata a questo, nè per il paziente nè per i suoi congiunti. Attualmente in Campania, così come nel resto d’Italia – aggiunge – abbiamo l’assistenza domiciliare integrata, che è di pertinenza territoriale, ed è costituita dall’integrazione tra il medico di famiglia e figure specialistiche come il geriatra, l’oncologo, il neurologo eccetera. Purtroppo risentiamo di una grave carenza di personale e di mezzi. Questo è uno dei motivi per cui è necessario dare un ruolo centrale a chi assiste sul territorio, per cercare di diminuire il più possibile l’ospedalizzazione dei pazienti terminali».

Le proposte. «Sicuramente è fondamentale l’aumento dei posti letto negli hospice – osserva Cappiello –  ad esempio riconvertendo strutture sanitarie dismesse o in fase di dismissione, o anche aumentare il numero dei posti letto nei post acuti, riportandolo almeno alla media nazionale che è dello 0,7. Infine – conclude –  dare un ruolo centrale nell’assistenza sul territorio all’infermiere di famiglia così come stabilito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, evitando così da un lato l’eccessiva ospedalizzazione di questi pazienti, ma anche garantendo un supporto alle famiglie».

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