Salute 11 giugno 2018

L’identikit dei no vax? Grignolio (Sapienza): «Istruiti e benestanti. E il movimento è nato ben prima di Internet…»

Nel ripercorrere la storia degli anti-vaccinisti, il Professor Grignolio, docente di Storia della Medicina, spiega come le tesi no vax, un tempo marginali ed eterodosse, siano state sposate dalla classe dirigente. Ma sottolinea: «Quando c’è una forte alleanza terapeutica tra medico e paziente, non c’è teoria anti-vaccinista che regga»

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Forse se n’è iniziato a parlare ampiamente quando il dibattito sull’obbligo vaccinale ha riportato i vaccini sulle prime pagine di tutti i giornali. Forse sono stati proprio i riflettori dei media puntati sul tema ad avere dato maggiore notorietà al movimento, influenzandone quindi, anche se indirettamente, l’espansione. Ma i no vax esistono da quando esistono le vaccinazioni. Erano pochi, non istruiti e non benestanti, ma c’erano, e si facevano sentire. Poi, una serie concatenata di eventi ha modificato radicalmente l’identikit del “no vax-tipo” e oggi, nonostante le tesi sugli effetti nefasti dei vaccini sulla salute dei bambini siano state ampiamente confutate dalla scienza, quote importanti della classe dirigente sposano le teorie anti-vaccinali. Il Professor Andrea Grignolio, docente di Storia della Medicina presso l’Università Sapienza di Roma, ripercorre a Sanità Informazione la storia del movimento no vax.

Professore, come e quando è nato il movimento anti-vaccinale?

«È nato insieme alla vaccinazione, perché già quattro anni dopo che Edward Jenner, nel 1797, aveva mandato la sua nota alla Royal Society sul primo vaccino contro il vaiolo, furono pubblicate delle vignette che cercano di instillare timore nella popolazione. Però, se è vero che la storia dei movimenti anti-vaccinali è coeva, è coestensiva a quella della vaccinazione, è anche vero che questi movimenti fino a 20 o 25 anni fa erano marginali, numericamente limitati e riguardavano fasce della popolazione non istruite e non benestanti».

Cosa è successo quindi negli ultimi 20 anni?

«I movimento si sono solidificati tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta e c’è stato un cambiamento importante: gli anti-vaccinisti sono aumentati sensibilmente e fanno parte della fascia alta della popolazione, cioè della fascia più istruita e più benestante. Un dato che, apparentemente, può sembrare contro intuitivo. E questo cambiamento storico ha come conseguenza il fatto che la classe dirigente abbia sposato delle tesi che un tempo erano eterodosse e marginali. E non parlo solo dell’Italia: basti pensare che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è un noto anti-vaccinista».

Ci sono state delle cause scatenanti?

«Negli anni Ottanta in Inghilterra ci sono stati dei casi di pertosse che erano stati ritenuti causati dal vaccino, fatto che poi si è ovviamente rivelato essere una fake news ante litteram. E poi c’è stato il grande caso Wakefield: nel 1998 il medico britannico Andrew Wakefield pubblica su una rivista molto importante come Lancet uno studio che stabilisce una relazione vaccino-autismo. Peccato che i suoi dati fossero finti e avesse commesso una frode, perché in realtà il suo scopo era distruggere l’immagine del vaccino trivalente che era in commercio per poi poter vendere quello che aveva prodotto lui. Il suo interesse era quindi esclusivamente economico, ma quella pubblicazione è rimasta su Lancet per più di dieci anni e ha dato via alla diffusione di questo falso mito».

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Internet che ruolo ha giocato in questo processo?

«Internet ha avuto un effetto moltiplicatore: a metà degli anni 2000, ad esempio, la pubblicazione di Wakefield ha avuto sul web un’amplificazione impressionante, quindi la rete ha indubbiamente le sue responsabilità. Poi in Italia, ad esempio, la diffusione della fake news di Wakefield è avvenuta, purtroppo, a causa della sentenza di Rimini, poi fortunatamente ribaltata, sulla relazione autismo-vaccini, che è stata quindi confermata da un atto pubblico istituzionale. E sappiamo che nel momento in cui si perde la fiducia, poi per riconquistarla è necessario percorrere un percorso lungo e faticoso».

Oltre ai casi già citati, quali sono le bufale sui vaccini più comuni che si trovano sul web?

«Ce ne sono moltissime. Una delle più diffuse è quella del sovraccarico vaccinale; un’altra è che il sistema immunitario dei neonati non è in grado di gestire le vaccinazioni e quindi non possono farle; poi c’è quella famosissima per cui all’interno dei vaccini ci sarebbero dei metalli pesanti… insomma, sono veramente tante».

Quindi il consiglio da dare ai genitori è di non cercare informazioni su Google ma di fidarsi del medico di famiglia e del pediatra.

«Esattamente, è il consiglio più vecchio e più valido del mondo. Ma mi sento di aggiungere un dato scientifico molto solido: in tutta la letteratura del mondo occidentale emerge che i genitori esitanti nei confronti delle vaccinazioni si sono allontanati dal medico. Si è quindi incrinato il rapporto medico-paziente e questo ha fatto sì che, invece di ascoltare l’autorevolezza e la competenza del medico, i genitori si affidassero alla rete. Ma sappiamo che sulla rete le fonti non esistono e chiunque può scrivere la più grande sciocchezza. Invece quando i medici sanno riagganciare i pazienti, quando c’è un forte rapporto medico-paziente, quando c’è una forte alleanza terapeutica, non c’è teoria anti-vaccinista che regga».    

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