Salute 29 Maggio 2020

Giornata senza tabacco, Pacifici (Iss): «4 milioni di italiani hanno fumato di più durante il lockdown, proteggiamo i giovani»

Con un intervento al convegno organizzato dall’Istituto superiore di sanità, il professor Garattini ha chiarito: «Fumatori hanno più possibilità di prendere forme gravi di Covid-19». L’esperta ha proseguito: «Bloccare l’interferenza delle multinazionali di tabacco»

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Il 31 maggio si celebra la Giornata mondiale senza Tabacco, indetta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la prima volta nel 1988. Quest’anno, con una pandemia in atto, assume contorni nuovi e un’urgenza diversa nel ribadire l’importanza del prevenire il fumo nei giovani e aiutare i consumatori abituali a liberarsene. Sanità Informazione ne ha discusso con la dottoressa Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenza e doping dell’Istituto Superiore di Sanità.

In occasione del ventiduesimo Convegno nazionale sul Tabagismo, organizzato proprio dall’Iss, la dottoressa ha dialogato con il professor Silvio Garattini, presidente dell’Istituto ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Al centro una riflessione sugli studi che collegano l’infezione da Sars-CoV-2 e la condizione tabagica.

Garattini ha illustrato come i vari studi finora disponibili non forniscano dati scientificamente accettabili per fare affermazioni certe. Nei dati provenienti da Cina e Francia «si escludevano i pazienti gravi, c’era una sottostima del consumo perché basata su dettagli auto-riportati e non si trattava di studi peer-review». Per la dottoressa Pacifici «la prova fondamentale che la condizione di tabagista è sottovalutata dagli stessi medici quando preparano le cartelle cliniche», specie in situazioni di emergenza.

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Una sicurezza c’è, ha assicurato Garattini: «Studi precedenti hanno dimostrato che i fumatori rischiano maggiori infezioni, sia batteriche che virali, per l’infiammazione che il fumo crea nelle vie respiratorie, e anche lavori fatti su Sars e Mers favorivano simili risultati».Tra le cause ipotizzate, i livelli più alti di recettori Ace2 nelle cellule polmonari dei fumatori. Recettori utilizzati dai coronavirus per entrare nel corpo umano.

Una correlazione tra soggetti fumatori e decorso grave dell’infezione da Covid-19 sembra invece essere più chiara. In uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, risulta chiaro che «i fumatori abbiano il 24% di possibilità di sviluppare la malattia grave, mentre chi non ha mai fumato solo il 14%. Guardando alle terapie intensive e ai decessi, poi, i fumatori arrivano al 14% contro il 4,7% di chi non ha mai usato tabacco, un rischio che si triplica per chi fuma».

La ricerca di Pacifici si è invece concentrata sugli effetti del lockdown sul tabagismo in Italia. «Abbiamo intervistato 6 mila persone – ha spiegato l’esperta – chiedendo di confrontare il loro comportamento di gennaio con quello di fine aprile». Ne è venuto fuori un fenomeno dicotomico: i fumatori si sono divisi in due grandi categorie. «Una prima che ha colto questa come un’occasione per ripensare al proprio comportamento e cambiarlo, e una seconda che non ce l’ha fatta ed è stata vittima di stress, aggravando ulteriormente il consumo di prodotti con nicotina».

Sono 630 mila le persone che hanno smesso di fumare, secondo lo studio Iss, contro i quasi 4 milioni che hanno aumentato il numero di sigarette fumate al giorno e i 220 mila nuovi consumatori, stressati probabilmente dalle condizioni della pandemia. Prima del lockdown si fumavano 10,9 sigarette al giorno, poi 12,7 con un incremento del 9,1%. Chi sono i più colpiti? Donne, divorziati o separati, chi ha vissuto solo in casa e chi ha dovuto condividere la quarantena con i minori.

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«Sono stati i giovani a cogliere maggiormente l’opportunità in positivo – ha aggiunto Pacifici – e questo ci dice molto. Riuscire a smettere senza assistenza e in breve tempo è più affine a chi ha energie e riserve maggiori, ma anche a chi non ha ancora sviluppato una forte dipendenza dal prodotto perché ha alle spalle una storia tabagica breve».

È aumentato invece l’utilizzo di tabacco riscaldato (+4%) e di sigarette elettroniche (da 8% a 9% di consumatori). In questo caso sono gli uomini a subirne maggiormente l’effetto e anche di livello di istruzione avanzata, vittime probabilmente del bias che vorrebbe questi prodotti meno dannosi per la salute.

«L’OMS – ha concluso l’esperta – vuole celebrare la giornata ricordando che bisogna proteggere i giovani dal consumo di tabacco. Il messaggio che l’Iss vuole trasmettere è l’importanza di investire nella prevenzione, contrastare l’interferenza delle multinazionali del tabacco sui giovani con i prodotti che a loro propongono. Confezioni alla moda, aromi affascinanti e partnership con influencer non possono e non devono annullare la percezione della pericolosità del tabagismo».

 

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