Salute 2 Novembre 2021 12:19

«Formazione all’avanguardia e nuove tecnologie chirurgiche: ecco come sono diventato Master Surgeon Educator»

La storia del chirurgo pisano Luca Morelli premiato dall’American College of Surgeons: «La fuga dei colleghi all’estero? Non c’entrano gli stimoli professionali ma la stabilità contrattuale»

«Formazione all’avanguardia e nuove tecnologie chirurgiche: ecco come sono diventato Master Surgeon Educator»

Un vanto tutto italiano nel campo della sanità, un’eccellenza nostrana riconosciuta anche dall’altra parte del mondo. Parliamo del professor Luca Morelli, associato di Chirurgia generale dell’Università di Pisa e chirurgo dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, che è stato di recente ammesso a far parte dell’Academy of Master Surgeon Educator (Accademia dei Maestri di Chirurgia) dell’American College of Surgeons (ACS), la più grande associazione di chirurghi al mondo nata negli USA ma diffusa ormai in tutti i continenti, che conta attualmente 88mila iscritti. Ad oggi, solo tre italiani hanno ottenuto questo prestigioso riconoscimento, tra cui il professor Fabrizio Michelassi, direttore del Dipartimento di Chirurgia al Weill Corner Medical Center di New York. Sanità Informazione, all’indomani di questo importante traguardo, ha intervistato il prof. Luca Morelli.

Un percorso che parte da lontano

Nel caso di Morelli questo è il risultato di un percorso che parte da lontano, con una militanza decennale all’interno dell’American College of Surgeons, e che riconosce l’impegno sul campo sia dal punto di vista clinico che formativo. «Nel 2014 ottenni la fellowship dell’associazione – racconta Morelli ai nostri microfoni – un ruolo ulteriore rispetto alla semplice membership, per raggiungere la quale è necessaria una certa esperienza in attività, l’adesione ai determinati modelli di comportamento e la referenza di altri fellow. Negli anni, insieme al mio maestro, il professor Franco Mosca, abbiamo coltivato questo legame con l’associazione, tant’è che il nostro centro di formazione chirurgica “EndoCAS” presso l’Università di Pisa è stato il primo in Italia e uno dei pochissimi in Europa accreditato come centro di simulazione chirurgica in ambito formativo presso l’American College of Surgeons. Un processo di accreditamento già rinnovato due volte – sottolinea Morelli – che prevede una serie di requisiti molto stringenti da rispettare su qualità e rigore. Sia in questo frangente, sia nella mia carriera come Professore associato in chirurgia dal 2015, dopo dieci anni come dirigente medico ospedaliero, ho sempre avuto modo di mettere in pratica la mia vocazione verso la formazione».

L’expertise in chirurgia robotica e una formazione tecnologica all’avanguardia

«Con l’ausilio delle nuove tecnologie la professione chirurgica è cambiata – afferma Morelli – il binomio tra competenze scientifiche e precisione robotica consente di raggiungere vette di eccellenza fino a pochi anni fa inimmaginabili. Nel 2022 raggiungerò quota mille interventi personali con il robot Da Vinci, motivo per cui da alcuni anni sono diventato “proctor”, formatore di giovani chirurghi che si approcciano alla robotica in tutta Italia e in Europa. Sicuramente questo binomio di pratica chirurgica e formativa abbinata all’uso delle nuove tecnologie è stato cruciale per la mia ammissione tra i Master of Surgery».

La fuga dei medici italiani all’estero

Essere medico in Italia può essere ancora oggi foriero di grandi soddisfazioni. Perché allora molti colleghi scappano all’estero? «Ritengo che in questo campo l’Italia non abbia nulla da invidiare al resto del mondo – ci risponde Morelli – compresi gli USA. Certo, loro hanno una grande organizzazione, sono molto forti dal punto di vista della standardizzazione e della formazione, hanno molte risorse, ma dal punto di vista strettamente tecnico in Italia e in Europa siamo molto all’avanguardia. La fuga all’estero dei colleghi penso che sia da un lato una coda del passato, quando dal punto di vista formativo per i giovani specializzandi era molto più stimolante la prassi dei Paesi anglosassoni che prevedevano un’autonomia operativa anticipata di qualche anno rispetto all’iter italiano, che prevedeva invece un affiancamento più lungo. Oggi però questo gap è stato colmato – precisa Morelli – quindi reputo che la ragione per cui molti colleghi continuino a preferire l’estero sia di natura puramente contrattuale e remunerativa».

 

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