Salute 3 Marzo 2020

Effetto Coronavirus sul Pil, Mantovani (Milano Bicocca): «Bruciati sessanta miliardi di euro»

Per il docente di economia sanitaria «in due giorni perso l’equivalente di due anni di sanità lombarda»

di Federica Bosco
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Bruciati sessanta miliardi di euro. Sono questi i primi effetti del coronavirus sul Pil italiano. A fare un’analisi della ricaduta sull’economia italiana è Lorenzo Mantovani, docente di Economia Sanitaria all’Università Bicocca di Milano e direttore della scuola di igiene e medicina preventiva.

Quali sono gli effetti dell’emergenza Coronavirus sul sistema sanitario regionale?

«Oggi le ricadute sono di natura organizzativa, nel senso che occorre gestire la malattia in termini di turni di medici e infermieri, numeri di posti letto in terapia intensiva e declinarli all’emergenza ovvero ai tempi rapidi e dal grande impatto sociale. Le statistiche fornite dalle fonti ufficiali indicano che il 10-15% dei pazienti con Coronavirus transitano nei reparti di terapia intensiva, ovvero circa 50 pazienti in più rispetto alla norma. Un dato significativo, ma non drammatico. Facendo un’analisi dei costi seppur ancora parziale, appare evidente invece un incremento delle spese per i ricoveri, in parte in terapia intensiva, per i tamponi e per il personale sanitario. Non essendoci ancora una cura reale, non esistono invece ad oggi i dati dell’investimento riferibile alla produzione di un antivirale specifico per il COVID-19. Un altro dato invece che sembra emergere in questo momento è che, rispetto alla situazione normale, nell’ultimo mese i Pronto soccorso sembrano essere meno affollati di quanto non lo siano normalmente in questo periodo dell’anno».

Segno che la macchina operativa messa in piedi dalle Regioni interessate, in particolare Lombardia e Veneto funziona bene, è proprio così?

«Leggendo i dati della App della Regione, emerge che i codici gialli e rossi continuano ad essere presenti, mentre invece è cambiato sensibilmente l’atteggiamento di coloro che sarebbero classificati come codici bianchi e verdi e che, probabilmente, usano di più i numeri verdi messi a disposizione dalle istituzioni e si affidano ad un triage telefonico per sospette infezioni».

A livello di Pil invece qual è la situazione?

«A questo proposito, ci sono due piani differenti a cui fare riferimento: il primo impatto è finanziario, con il calo della Borsa che si è avvertito da subito. Milano, che è capitalizzata intorno ai 650 miliardi  di euro, ha perso nella prima settimana almeno il 10% e quindi sono stati bruciati sostanzialmente sessanta miliardi di euro. Questo calo, di fatto, avrà come effetto un rallentamento del prodotto interno lordo. Lombardia e Veneto hanno circa il 25% della popolazione italiana, ma producono più del 30% del prodotto interno lordo, ovvero circa 550 miliardi di euro ed erano anche in crescita. Nella più rosea delle aspettative, se anche non dovesse esserci una decrescita, ma solo un rallentamento nella crescita, un punto di Pil in queste Regioni varrebbe cinque o sei miliardi di euro. In generale in due giorni si può dire che sono andati persi l’equivalente di due anni di sanità lombarda».

LEGGI ANCHE: CORONAVIRUS, VERGALLO (AAROI-EMAC): «IN LOMBARDIA MENO DI 20 POSTI LETTO LIBERI IN RIANIMAZIONE»

Quali potrebbero essere le conseguenze?

«Se oggi il Coronavirus  sembra aver dato una botta all’economia italiana, in futuro potrebbe avere un effetto domino anche sulle Borse straniere. In questo senso già alcuni effetti si sono avvertiti a Francoforte con un meno 4% e su Parigi dove si è registrata una contrazione del 3,5%. Qualcuno inizia a dire che l’effetto Coronavirus è simile alla crisi del 2008. Ovviamente speriamo di no».

Il fatto che sia stato isolato il virus al Sacco potrà avere una ripercussione positiva a lungo termine sulla sanità lombarda secondo lei?

«Io non sono un virologo, da un punto di vista medico non posso prevedere le conseguenze, ma posso dire che il sistema sanitario, dal punto di vista della ricerca in Lombardia funziona bene. Questo potrebbe smorzare le polemiche, anche esagerate, dei giorni scorsi. Anche da un punto di vista organizzativo, ad un certo punto, qualcuno proponeva di fare il tampone a chiunque avesse oltre 37 e mezzo di febbre. Una soluzione improponibile. Da un punto di vista organizzativo sarebbe impossibile, oltre che inutile, testare tutti quanti. Tenga conto che la settimana in cui sono esplosi i primi due focolai di infezione, abbiamo registrato 600 casi di contagio presunti, soggetti a conferma da parte dell’Istituto Superiore di Sanità. Nella stessa settimana, la stima data attraverso la rete Influnet ha reso noto che le persone con l’influenza erano 650mila. È vero che questo virus è nuovo ed apparentemente dà problemi a persone a cui l’influenza non li darebbe, ma la proporzione è questa».

Prima tanto clamore poi è diventata una “influenza” nuova

«Qualcuno all’inizio, per motivi vari, ha lanciato l’allarme senza calcolare appieno quali avrebbero potuto essere le conseguenze economiche e finanziarie. Giustamente sono state prese più precauzioni rispetto a quanto non si sarebbe fatto con un agente patogeno noto, ma senza valutare le conseguenze che avrebbe potuto avere sull’economia questo tipo di avvenimento».

Secondo lei è stato sbagliato qualcosa?

«Da un punto di vista sanitario sono stati seguiti i protocolli in modo corretto. Ciò che è mancato dal mio punto di vista è la parte di informazione che è fondamentale. Nella scuola di igiene e medicina preventiva che dirigo un mese fa abbiamo organizzato un seminario sulla gestione del focolaio di meningite che c’è stato, tra dicembre e gennaio, nel basso Selvino in provincia di Bergamo. Uno dei punti fondamentali emersi per fermare l’epidemia e tranquillizzare la popolazione è stato il contatto diretto tra il direttore sanitario e gli organi di informazione locali con un appuntamento quotidiano in cui venivano forniti, in maniera trasparente, i dati e ciò che stava accadendo e le misure che venivano prese per contenere l’epidemia. Questo modo di agire trasparente e credibile, con un frontman di alto profilo, è stata la scelta giusta perché ha evitato che si coltivasse la paura e si diffondesse il panico. Ecco ci sono due parti a cui fare riferimento di fronte ad una crisi di questo tipo: da un lato l’aspetto epidemiologico e virologico, e dall’altra la parte comunicativa che, nel caso del Coronavirus è paradossalmente superiore a quella epidemiologica ed andava gestita meglio».

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