Salute 25 Settembre 2020

E se il nuovo coronavirus non fosse così nuovo?

Emergono alcuni studi che mostrano una risposta immunitaria in pazienti non toccati dal Covid-19. Alessandro Sette (La Jolla Institute, California): «Si tratta di linfociti T e questo non basta, non si è immuni»

di Tommaso Caldarelli
Immagine articolo

«C’è una corrente di studi che sta documentando la presenza di linfociti T reattivi al SARS–CoV–2 in persone che non hanno avuto precedenti contatti con il virus. Questi studi stanno oggi generando delle domande: quanto è effettivamente nuova questa pandemia?». Questa la domanda da cui parte un articolo del British Medical Journal che si potrebbe riassumere in: questo “nuovo” coronavirus, è in effetti così nuovo? «Ci sono almeno sei studi – spiega il BMJ – che documentano una reattività al livello di linfociti T in una percentuale fra il 20% e il 50% di soggetti senza precedente nota esposizione al virus».

Gli studi a cui si accenna sono stati effettuati su campioni di sangue «depositati negli Stati Uniti fra il 2015 e il 2018» e sembra che «almeno il 50% di essi mostri una qualche forma di reattività al livello di cellule T per il SARS–CoV–2». Uno studio simile «che ha utilizzato campioni dall’Olanda ha riportato reattività sui linfociti T in due persone su dieci che non avevano avuto esposizione al virus». Studi simili sono emersi anche a Singapore, nel Regno Unito e in Svezia.

«Sono studi piccoli – incalza British Medical Journal – e non forniscono stime precise di una risposta immunologica preesistente. Ma è difficile ignorarli, essendo fra l’altro pubblicati su Cell e su Nature». Il primo a commentare queste prime evidenze è Alessandro Sette, immunologo romano che oggi lavora al La Jolla Institute for Immunology in California, autore di diversi di questi studi. «Al punto in cui siamo – spiega Sette – ci sono alcuni studi che vedono questa reattività in diversi continenti e differenti laboratori. Dal punto di vista scientifico questo significa avere degli elementi di qualcosa che ha un fondamento».

Sanità Informazione ha raggiunto il professor Sette in una videocall dal suo studio in California, nella quale ha risposto alle domande insieme alla dottoressa Alba Grifoni del suo staff di ricerca.

«Dobbiamo essere molto prudenti e non essere fraintesi. Ci sono dei dati che mostrano che alcune persone hanno una rintracciabile reattività a livello di memoria immune che si attiva a confronto con alcune parti, alcuni elementi del SARS–CoV–2. Questa memoria immune è manifestata grazie a quelli che chiamiamo “i coronavirus da febbre comune”, che sono un po’ i cugini di questo nuovo coronavirus. Le persone che sono state esposte a questi virus mostrano alcune parti di una memoria immune affine a quella del coronavirus».

Ci sarebbero insomma dei virus assimilabili al Covid-19 che, in qualche modo, “insegnano” al nostro corpo dei livelli di immunità?

«È parzialmente corretto. Questa reattività non è sorprendente: pensiamo all’influenza. Ogni anno c’è un nuovo virus influenzale, è simile a quello dell’anno precedente, però questo non significa che le persone siano protette, ogni anno uno ha un’influenza diversa. Anche in questo caso si nota una immunoreattività, ma questo non vuol dire che le persone sono protette dal SARS–CoV–2. E questo dipende dal tipo di risposta immunitaria che si manifesta nel nostro corpo».

Ci spieghi.

«Come si sa, noi abbiamo gli anticorpi e poi abbiamo i linfociti T, di due varietà, killer e helper. I primi uccidono le cellule infette, i secondi aiutano e dirigono la risposta degli anticorpi. Quando il virus è ormai dentro le cellule, servono i linfociti T per riconoscere le cellule infette e distruggerle. Se una persona ha una interessante risposta a livello di linfocita, ma non ha anticorpi – è qui che vogliamo arrivare – non è affatto detto che sia protetto, nel senso di prevenzione dell’infezione, anche se è possibile che abbia un vantaggio importante al livello di durata e severità della malattia. I dati che abbiamo puntano a sottolineare con forza che per un risultato ottimale abbiamo bisogno sia degli anticorpi sia dei linfociti T per difenderci da questo virus e per eliminarlo. Alcuni linfociti T prodotti da precedenti episodi febbrili possono essere d’aiuto, ma questo specifico aspetto rimane da provare con studi ed esperimenti specifici».

Bisogna dunque evitare di diffondere il messaggio che si può essere pre-immuni al coronavirus.

«Assolutamente, è necessario ribadire che per una risposta immunitaria ottimale sono necessari entrambi: anticorpi e linfociti T. Avere solo uno dei due attivi non può andare bene. I vaccini, fra l’altro, che tutti attendiamo, sono valutati in termini di efficacia analizzando la risposta degli anticorpi; ma c’e una crescente consapevolezza che è necessario anche valutare la loro capacità di indurre risposte T».

 

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