Salute 9 Dicembre 2019

Disuguaglianze sanitarie, fuga dei cervelli e numero chiuso: medici italiani chiedono su The Lancet più ricerca in SSN

I suggerimenti dei ricercatori al Governo italiano dalle pagine della prestigiosa rivista scientifica. Tra i promotori medici di ISBEM, SIMA, SISPED, CNR e diverse Università

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Non una semplice denuncia di carenze ma una vera e propria proposta di possibili soluzioni per risolvere i problemi che affliggono la sanità italiana. Puntare su ricerca e innovazione: questa l’unica “cura” per “guarire” i malanni del Servizio Sanitario Nazionale. La “ricetta”, inviata al Governo dalle colonne di “The Lancet Public Health” è stata sottoscritta da un gruppo di medici, ricercatori e docenti afferenti all’Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo (ISBEM), alla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), alla Società Italiana di Sanità Pubblica e Digitale (SISPED), al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e all’Università.

«È il momento di agire», afferma Prisco Piscitelli, epidemiologo ISBEM e vicepresidente SIMA, «Un’‘iniezione’ di ricercatori nel nostro Servizio Sanitario Nazionale – non solo medici ma anche biologi, biotecnologi, farmacisti, ingegneri biomedici – con il loro carico di innovazione scientifica e tecnologica, fino a raggiungere i piccoli ospedali della periferia italiana, gli ambulatori ASL e i gli studi degli specialisti convenzionati e dei Medici di Medicina Generale, rappresenta l’unica via per superare i problemi che affliggono la sanità e al contempo l’università italiana».

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«È nostra convinzione che la qualità e l’attrattività del sistema sanitario italiano per gli operatori sanitari e per i pazienti possano essere migliorate solo creando uno stretto legame tra assistenza e ricerca nell’ambito di un contesto etico e meritocratico», aggiunge Alessandro Miani, Presidente SIMA. «Puntare su ricerca e innovazione è l’unica soluzione per ridurre le disparità sanitarie. Oltre mezzo milione di cittadini italiani si spostano oggi dal Sud al Nord Italia perchè credono di ricevere cure di migliore qualità laddove queste sono associate alla ricerca».

«Arginare la fuga dei cervelli vuol dire dare ai giovani che formiamo nelle università Italiane una prospettiva di immediato inserimento a supporto dell’erogazione delle cure e della prevenzione. Se migliaia di medici e ricercatori italiani hanno lasciato il nostro Paese negli ultimi decenni è infatti a causa della carenza di opportunità, complessità burocratiche nelle procedure di reclutamento, salari inadeguati e scarse prospettive di carriera sulla base di risultati misurabili», sottolinea Antonella De Donno del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali dell’Università del Salento a Lecce.

Per quanto riguarda la carenza di medici, i firmatari dell’articolo di “The Lancet Public Health” invitano il Governo ad applicare correttamente la legislazione introdotta negli anni ’90, con lo scopo di pianificare l’accesso alla facoltà di Medicina sulla base delle future necessità del Paese, senza procedere a un semplice taglio del numero degli studenti universitari. È inoltre necessario garantire l’accesso alle Scuole di Specializzazione entro pochi anni dal conseguimento della laurea, aumentando il numero delle borse di studio e ripensando l’attuale sistema che ha drammaticamente ridotto le possibilità di scegliere indirizzi specifici all’interno delle scuole di specialità e rende spesso molto difficile agli aspiranti medici seguire la propria vocazione.

Anche le società scientifiche e le associazioni professionali dei medici sono chiamate ad assumere un ruolo nuovo per attrarre talenti, finanziando, ad esempio, posti aggiuntivi in dottorato di ricerca, promuovendo gemellaggi internazionali di ospedali e generando salute a livello locale, soprattutto nelle aree svantaggiate.

«Riteniamo che tutti gli attori del sistema sanitario, dai Medici di Medicina Generale agli specialisti, dagli infermieri al personale amministrativo, debbano essere coinvolti in attività di ricerca, introducendo soluzioni tecnologiche innovative in tutti i contesti e aumentando il livello di digitalizzazione, telemedicina e gestione dei ‘big data’ per l’assistenza domiciliare, in particolare per i pazienti con patologie croniche e per quelli più anziani. Riducendo la necessità di ospedalizzazioni dei malati cronici, questo tipo di approccio dovrebbe rivelarsi più sostenibile anche dal punto di vista economico, considerando i costi sostenuti dalle famiglie per spostarsi in altre regioni», conclude Annamaria Colao della Cattedra UNESCO per l’Educazione alla Salute e Sviluppo Sostenibile all’Università Federico II di Napoli.

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