Salute 15 Giugno 2020

Depressione e Covid, Fondazione Onda lancia l’allarme: «Più di 200 mila nuovi casi a causa della crisi economica»

In una tavola rotonda il confronto tra professionisti della sanità e istituzioni per riconoscere i sintomi e gestire il dramma: «Prevenzione, collaborazione tra medicina generale e specialisti e telemedicina gli ambiti di intervento»

di Federica Bosco
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Saranno più di 200 mila i nuovi casi di depressione per la crisi economica se non si corre subito ai ripari. Questi i numeri emersi da un lavoro messo a punto da Fondazione Onda e presentato questa mattina in un webinar nell’ambito del progetto di sensibilizzazione “Uscire dall’Ombra della depressione”, che porta alla luce un sottobosco di sofferenza con radici profonde.

Infatti, la depressione è riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come prima causa di disabilità a livello mondiale e riguarda circa 3 milioni di italiani, di cui poco più di 1 milione soffre della forma più grave, la cosiddetta depressione maggiore, ovvero quella forma detta anche endogena o unipolare che genera un disturbo dell’umore caratterizzato da sintomi come profonda tristezza, calo della spinta vitale, perdita di interesse verso le normali attività e pensieri negativi e pessimistici.

Una patologia invalidante che è lievitata nei numeri a causa del Covid, del lockdown, dei lutti e della crisi economica che ha investito l’Italia ed il mondo intero dopo la pandemia. Il progetto, partito lo scorso anno con l’obiettivo di fare un quadro dettagliato della situazione in ogni regione italiana, coinvolgendo diversi attori del settore sanitario ed istituzionale in tavole rotonde mirate a definire linee guida di intervento corale, quest’anno ha impattato nell’emergenza Covid che ne ha accentuato gli effetti.

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Il tour, dopo aver toccato Lazio e Campania nel 2019, è ripartito dopo il lockdown, in modalità webinar con l’appuntamento odierno che ha posto l’accento sulla relazione tra depressione e Covid in quella che è stata la Regione più colpita dall’emergenza, la Lombardia, costretta a fare la conta oltre che dei morti, anche di coloro che hanno denunciato problemi psichiatrici depressivi come conseguenza del coronavirus.

Secondo i dati presentati da Fondazione Onda, in Lombardia, dove già prima del Covid si stimavano oltre 150 mila persone con depressione maggiore e 1,3 residenti ogni 100 mila abitanti hanno ottenuto nel 2015 una prestazione previdenziale per invalidità o inabilità con un costo pari a circa 9.500 euro pro-capite, la pandemia ha avuto un effetto domino che il professor Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Milano ha sapientemente analizzato: «Nell’arco di qualche mese si è verificato un aumento dei sintomi depressivi nella popolazione a causa della concomitanza di più fattori di rischio quali distanziamento sociale, solitudine, paura del contagio, lutti e crisi economica. Basso reddito e aumento della disoccupazione infatti determineranno, nei prossimi mesi, un rischio 2-3 volte superiore di ammalarsi. In particolare, la disoccupazione generata dalla crisi economica potrebbe determinare un aumento dai 150-200.000 casi di depressione, pari al 7% delle persone depresse, e di questi 21mila resistono ai trattamenti. Con queste prospettive il numero di depressi si appresta a raggiungere quello dei malati di diabete in Italia, con un maggior impatto della depressione sia a livello economico sia sulla qualità di vita».

Dinnanzi a questo quadro, istituzioni, medici e operatori sanitari si sono quindi confrontati per trovare sinergie e strategie per affrontare la malattia, superare lo stigma associato alla depressione, facilitare l’accesso alla diagnosi e cercare le cure più appropriate. L’iniziativa, patrocinata da Regione Lombardia, dalla società italiana di Psichiatria e Neuropsicofarmacologia, di Cittadinanza e Progetto Itaca, e organizzata con il contributo incondizionato di Jansen Italia del gruppo farmaceutico Johnson&Johnson, ha cercato di definire alla luce delle esperienze dei singoli professionisti presenti, gli ambiti di intervento per cercare di arginare un dramma riflesso dell’emergenza Covid.

«Un ruolo fondamentale spetta alla medicina territoriale – ha evidenziato Paola Secchi, dirigente di Regione Lombardia – e in questo senso i numeri ci hanno suggerito due preziose informazioni: i pochi casi di depressione emersi nel periodo del lockdown tra coloro che hanno già una dipendenza evidenziano che la rete funziona; mentre il secondo dato ha messo in luce un ritardo importante tra i primi sintomi e la diagnosi, in media di 6 o 7 anni, perché sul versante della malattia prevale la vergogna e il senso di colpa. Questo ritardo  provoca conseguenze pericolose e genera un circolo vizioso. L’obiettivo che dobbiamo raggiungere con la prevenzione è di trasformarlo in un circolo virtuoso».

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La ricetta per arrivare a diagnosticare con largo anticipo la depressione cogliendo sfumature, richieste di aiuto e riuscendo ad intercettare un bisogno della popolazione passa attraverso l’abilità del medico di medicina generale che ha avuto anche nell’emergenza Covid un ruolo fondamentale. «Partiamo da un dato ai più sconosciuto: i casi di Covid in Italia sono stati sette volte superiori a quelli dichiarati dalla Protezione civile», ha detto Ovidio Brignoli, vicepresidente nazionale della Società Italiana di Medicina Generale, che porta come esempio la sua realtà territoriale dove, a fronte di un numero di casi accertati dalla Protezione civile, la sua esperienza quotidiana ha evidenziato un numero di pazienti Covid tre volte superiore.

«Questo significa che la medicina generale si è fatta carico via e-mail, telefono, WhatsApp, di sostenere i pazienti con pareri tecnici, farmacologici, affrontare paure e sopperire a carenze in altri ambiti. Il medico quindi è stato in grado di intercettare un bisogno, far fronte al problema e risolverlo. Occorre allora, rispetto alla depressione, potenziare i rapporti con medici specialisti, inserire nella formazione il tema della medicina psichiatrica e migliorare la conoscenza, ma soprattutto incominciare a strutturare un percorso del paziente con disturbi di tipo psichiatrico, anche depressivo, sin dai primi accenni. In tal senso è fondamentale che la rete di professionisti che agiscono sul territorio sia in grado di dialogare, di confrontarsi e di lavorare in sinergia».

Un aiuto può arrivare dalla telemedicina, come ha sottolineato Antonio Vita, direttore del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze degli Spedali Riuniti di Brescia. «Oggi le depressioni sono in aumento a causa di fattori contingenti al Covid, è evidente che occorre investire sul territorio, fare diagnosi precoci, e utilizzare strumenti tecnologici che evidenziano malesseri e sintomi da non sottovalutare. La telemedicina è la risposta per il futuro prossimo, il presente invece passa attraverso la formazione con nuovi percorsi nelle scuole di specializzazione e borse ministeriali».

 

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