Salute 4 Agosto 2020

Crioablazione, e il tumore muore… di freddo. Come funziona l’innovativa tecnica mini-invasiva

Il professor Enrico Ragone dell’ospedale Monaldi di Napoli: «Scelta preferibile per quei pazienti che è sconsigliabile sottoporre ad anestesia generale o su cui è impossibile intervenire con la chirurgia tradizionale»

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Congelare il tumore fino a ucciderlo, migliorare l’outcome del paziente ed evitare i rischi dell’anestesia totale e la lunga degenza che un intervento di tradizionale chirurgia oncologica comporta. Sono questi i vantaggi dell’innovativa tecnica di crioablazione dei tumori, un approccio chirurgico mini-invasivo effettuato solo in pochi centri di eccellenza (2-3 al Centro Sud) tra cui l’Ospedale Monaldi di Napoli. Nei giorni scorsi, proprio qui è stato eseguito con successo un intervento di questo tipo su un paziente di 49 anni affetto da un tumore di 4 cm al rene destro, non operabile chirurgicamente, e che presentava una serie di altre gravi patologie concomitanti.

Abbiamo intervistato il professor Enrico Ragone, responsabile della sezione di Ecointerventistica clinica e dei Trapianti presso l’A.O. Dei Colli (Napoli) di cui l’Ospedale Monaldi fa parte, che insieme alla sua equipe ha eseguito l’innovativo intervento, per saperne di più su questa tecnica.

In cosa consiste la crioablazione dei tumori?

«Consiste nell’iniettare sotto controllo ecografico all’interno del tumore azoto liquido ad una temperatura di -190 gradi, tramite un ago collegato ad una apposita apparecchiatura. Questo determina nel giro di pochi minuti un vero e proprio congelamento del tumore, con conseguente necrosi (e quindi morte) dello stesso. È un intervento che viene eseguito in anestesia locale o in blanda sedazione, e che prevede una degenza breve, di 2-3 giorni».

Per quali tumori e/o pazienti è adatta questa tecnica?

«La crioablazione è la scelta preferibile per quei pazienti che, a causa di altre patologie, è sconsigliabile sottoporre ad anestesia generale o su cui è impossibile intervenire con la chirurgia tradizionale. È una tecnica adoperata per i tumori maligni, principalmente del rene e della mammella».

Come mai questa tecnica è ancora poco usata?

«Si tratta di un approccio che richiede competenze molto specifiche. A differenza della chirurgia tradizionale invasiva, infatti, la crioablazione presuppone innanzitutto la presenza di tecnologie particolarmente avanzate, e poi di una grande expertise e precisione da parte dell’operatore e della sua equipe».

A proposito di equipe, quanto è importante il lavoro di squadra in questi interventi?

«È fondamentale. Il coordinamento di un team, l’organizzazione e la multidisciplinarietà sono fattori essenziali per la riuscita del nostro lavoro. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i componenti della mia equipe, l’anestesista Caterina Vasta, gli infermieri di sala operatoria Biagio Grasso e Vincenzo Limongelli, l’oss Raffaele Vezzi, e soprattutto il mio braccio destro da ormai dieci anni, assistente all’ecografo e infermiera professionale Federica Sanges, pedina fondamentale della mia attività».

 

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