Salute 4 Maggio 2020

Covid-19 e fase 2, Fiorillo (Sips): «Bilanciare la voglia di ripartire con la paura della nuova realtà»

«Trasformare un’esperienza negativa in un’opportunità di crescita “post-traumatica” e riflessione sociale. Per ridurre gli effetti a lungo termine della quarantena dobbiamo riappropriarci del nostro tempo e valorizzare le cose realmente importanti». Così Andrea Fiorillo, Professore di Psichiatria presso l’Università della Campania “L. Vanvitelli”

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Ansia, depressione, disturbi del sonno, fenomeni di depersonalizzazione, irritabilità e perdita di speranza. E ancora, sintomi post-traumatici da stress e sintomi da lutto complicato per chi è stato direttamente contagiato dal virus o ha perso un parente o un amico nella pandemia. Sicuramente, un aumento delle ricadute a causa dello stress prolungato per le persone che prima dell’emergenza già soffrivano di disturbi mentali. È l’impatto emotivo del Covid-19 sulla salute mentale delle persone: parlarne, valutare gli effetti e la portata a breve e a lungo termine è indispensabile per intervenire precocemente e nel modo più efficace. Andrea Fiorillo, presidente della Società italiana di psichiatria sociale (Sips) nell’intervista al nostro quotidiano, ci suggerisce i comportamenti da adottare per ridurre le conseguenze di questo tsunami, quale è la pandemia da Covid-19, sul nostro equilibrio psichico e come approcciarsi, con cautela alla nuova fase.

Presidente, la condizione che stiamo vivendo può impattare sul nostro benessere psicofisico? In che modo?

«Beh, certamente sì. Anzi, direi che la pandemia e le misure correlate messe in atto per contenere la diffusione del contagio, come la quarantena, stanno già avendo un impatto significativo sulla salute mentale della popolazione generale. Infatti, la drastica riduzione dei contatti sociali, il cambiamento della routine quotidiana, la preoccupazione per il futuro e il timore del contagio rappresentano dei fattori stressanti in grado di rivelare la comparsa di sintomi ansioso-depressivi, disturbi del sonno, fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione, irritabilità e perdita di speranza. Naturalmente, l’impatto sarà ancora più marcato nelle persone che sono state direttamente contagiate dal virus e nelle persone che ne hanno subito un lutto, per i quali gli effetti rientrano nella sfera dei sintomi post-traumatici da stress e dei sintomi da lutto complicato. Va detto però che questa pandemia rappresenta un evento traumatico senza precedenti, per cui gli effetti sulla salute mentale non possono essere paragonati agli effetti conseguenti a traumi di massa diversi, quali terremoti, maremoti o guerre. Infine, per le persone che già soffrivano di un disturbo mentale preesistente, è facile prevedere un aumento delle ricadute in conseguenza del prolungato e intenso stress a cui sono sottoposte».

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Cosa si può fare per ridurre la portata degli effetti negativi presenti e futuri dell’attuale quarantena?

«Gli effetti a breve e lungo termine della quarantena sono sostanzialmente diversi. E quindi diverse devono essere le strategie per fronteggiarli. Per quanto riguarda i primi, è importante definire una routine quotidiana regolare, dedicando del tempo alle attività di svago da svolgere a casa; nel caso sia possibile svolgere il proprio lavoro in modalità di smart-working, rispettare l’orario di lavoro abituale, senza prolungarlo oltremodo; utilizzare i social network e gli strumenti di connessione digitale per comunicare con familiari e amici, in modo da mantenere con loro un contatto costante e ridurre la percezione di isolamento e solitudine; rispettare le misure di quarantena che, oltre a favorire il benessere della collettività riducendo la diffusione del virus nella popolazione generale, ci rende protagonisti della nostra vita e del nostro futuro; evitare bevande alcooliche e pasti troppo pesanti la sera, perché potrebbero incidere sul sonno. Superata la prima fase, quelli che adesso preoccupano di più sono gli effetti a lungo termine. Bisogna assumere atteggiamenti cauti per la ripresa, senza pensare che sia tutto finito. Anzi, secondo me per ridurre gli effetti negativi della quarantena sulla nostra vita dovremmo imparare a ristrutturare e riorganizzare le nostre attività. Dobbiamo riappropriarci del nostro tempo, valorizzare le cose realmente importanti, tralasciando l’effimero, abbandonare l’individualismo ma anzi riproporre una società sociale. Ecco, se saremo in grado di trasformare un’esperienza negativa in un’opportunità di crescita e di riflessione sociale, soprattutto per i più giovani, potremmo dire di aver imparato qualcosa di positivo da questa storia. Infine, in quanto operatori psichiatrici, bisogna ripensare le pratiche operative dei servizi di salute mentale, sviluppando e diffondendo interventi a distanza e linee telefoniche di ascolto, da affiancare alle attività ambulatoriali e di degenza, in modo da ridurre gli accessi».

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Con la ripartenza, dovremo convivere con il virus, rispettare le norme di sicurezza e adottare comportamenti anti-contagio. Abbiamo tanta voglia di uscire e ripartire con la nostra vita, ma allo stesso tempo ne abbiamo paura. Il timore del contagio e della realtà ormai drasticamente cambiata, ci fanno desiderare di restare al sicuro a casa. Come possiamo prepararci a questa nuova fase?

«Come ho già detto, la nuova fase dovrà essere affrontata con cautela. Il virus non è stato ancora debellato e un vaccino non è ancora disponibile. Avendo bene a mente questi due aspetti ci permetterà di mantenere adeguati comportamenti di distanziamento sociale e di prevenzione per la salute pubblica individuale e collettiva. Ritengo che le norme igieniche quotidiane, come indossare la mascherina, mantenere le distanze di sicurezza ed effettuare un adeguato lavaggio delle mani, debbano essere sempre seguite per contenere la diffusione di qualsiasi infezione virale respiratoria. Inoltre, dovremo essere in grado di riprendere gradualmente le attività della vita quotidiana, bilanciando la voglia di ripartire con la paura della nuova realtà. In termini psicologici, se è vero che la fase che ci prepariamo a vivere può rappresentare un pericolo, essa è anche un’opportunità di “crescita post-traumatica”, cioè una possibilità per tutta la società di crescere in maniera sinergica in seguito a un trauma collettivo».

Per concludere, quali sono i suoi consigli per riadattarsi alla nuova vita e superare l’ansia della fase 2?

«Tutti i cambiamenti si associano a una certa quota di ansia, che possiamo definire come fisiologica, che ci permette di adattarci in maniera adeguata alle circostanze che cambiano. Non bisogna pensare che con la fase 2 ci sarà un ritorno immediato alle abitudini di prima. Sarà importante, invece, definire delle “nuove” abitudini e, compatibilmente con le misure di distanziamento sociale, delle nuove priorità. Questa pandemia, “tutto sommato” ci ha insegnato qualcosa. Ci ha insegnato il rispetto per noi stessi e per gli altri; ci ha insegnato a volerci bene e a prenderci cura di noi e dell’ambiente in cui viviamo; ci ha insegnato quali sono le cose realmente essenziali per la nostra vita. Ma ciò che il virus ci ha tolto di più è il contatto con gli altri. Gli esseri umani non sono abituati a stare da soli, ma sono sempre stati in gruppo, come gli animali vivono in branco; ma per rientrare “in gruppo” dobbiamo avere ancora un po’ di pazienza. Forse ciò che questa pandemia ci ha tolto di più è proprio la nostra dimensione gruppale».

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