Salute 2 Novembre 2020

Covid-19, Anastasìa (Garante detenuti): «Nelle carceri diffusione superiore a prima ondata»

Il New England Journal of Medicine: «I maggiori focolai sono in penitenziario». A Terni un cluster

di Tommaso Caldarelli
Covid-19, Anastasìa (Garante detenuti): «Nelle carceri diffusione superiore a prima ondata»

«I focolai più gravi di Covid-19 negli Stati Uniti non avvengono più nelle case di riposo o nelle fabbriche di generi alimentari, ma nelle carceri. Le comunità di detenuti sono particolarmente vulnerabili alle malattie infettive come il Covid-19. A causa di fattori che includono il sovraffollamento, gli spazi confinati, l’alta variabilità della popolazione, la scarsa igiene e lo scarso accesso ai servizi sanitari». Così, in un recente contributo, il New England Journal of Medicine che va a concentrarsi su un caso che può apparire laterale, ma che si porta dietro, oltre a rilevanti questioni di giustizia sociale, anche profili importanti di salute pubblica.

A che punto sono le campagne vaccinali per l’influenza verso i carcerati? E in generale, quale è lo stato dell’epidemia di Covid-19 nei centri penitenziari? Mentre in Italia incombono nuovi provvedimenti governativi e la situazione sembra avviata su una strada non positiva, nel carcere di Terni è esploso un focolaio da quasi 70 contagiati fra i detenuti. Stefano Anastasìa è il garante per le persone private della libertà personale per le regioni Lazio e Umbria, ed è il portavoce nazionale dei garanti di tutte le regioni. Sanità Informazione lo ha raggiunto al telefono proprio mentre sta seguendo la situazione nel capoluogo umbro.

Dottor Anastasìa, quale è la situazione Covid-19 nelle carceri italiane?

«Se guardiamo ai numeri assoluti potrebbe sembrare poca cosa, ma i quasi 200 casi Covid-19 nelle carceri italiane, credetemi, sono una situazione abbastanza preoccupante. La diffusione della patologia è importante ed è superiore a quella della prima ondata, sia per dimensioni che per rapidità di diffusione. Ci sono problemi logistici reali nelle strutture dove si creano dei focolai, il caso di Terni è emblematico perché la diffusione del virus non è stata individuata per tempo e la situazione è sfuggita di mano. Quando il virus entra nelle sezioni detentive, è inevitabile che si crei il focolaio. In generale per fortuna, finora il sistema e i protocolli hanno retto. Per esempio, a Rebibbia la scorsa settimana c’erano solo due donne positive nella sezione di accoglienza: se la positività al virus viene rilevata all’ingresso nell’istituto penitenziario e scattano i protocolli di isolamento, il sistema funziona e la gran parte del lavoro è fatta».

Dunque la chiave è evitare che il virus entri nel sistema carcerario.

«Sì, una volta che è dentro le carceri è davvero difficile gestirlo. Il paragone più calzante è quello con le strutture Rsa: le une e le altre sono comunità chiuse di convivenza dove la capacità di trasmissione del virus è fortissima. Decine di persone che usano gli stessi servizi e convivono negli stessi spazi sono una condizione ideale per la diffusione di questa malattia epidemica. Per questo la prima necessità è alleggerire gli istituti penitenziari, che diminuisca la popolazione detenuta, facendo uscire i detenuti a fine pena e quelli in gravi condizioni di salute».

Ha notizia di una campagna vaccinale per l’influenza comune verso la popolazione carceraria?

«Penso e spero che da parte delle regioni questa attenzione ci sia. Io stesso l’ho sollecitata per la Regione Lazio. Gruppi di detenuti mi hanno posto la questione del vaccino antinfluenzale, ma anche da parte dei dirigenti degli istituti penitenziari questa urgenza è chiaramente percepita perché la gestione di un falso positivo Covid in carcere diventa un problema ulteriore per la vita già complessa del sistema penitenziario. Mi è stato assicurato che ci si spingerà oltre i limiti delle cosiddette categorie a rischio, vaccinando chiunque lo richieda».

Se il Paese, come pare, andasse verso un inasprimento delle misure di lockdown, quali sarebbero le priorità per i detenuti?

«È imprescindibile che la persona detenuta possa avere una qualche forma di relazione, anche a distanza, con il mondo esterno in una fase che sarà inevitabilmente di rallentamento, se non di chiusura degli ingressi in Istituto. Vedo un periodo molto faticoso, tenete presente che ci sono persone in carcere che hanno figli piccoli che non vedono da otto mesi. Le proteste che ci furono a marzo accaddero proprio perché i detenuti avevano capito che questo sarebbe stato l’esito. Pensiamo che in carcere in queste condizioni si creano dinamiche di totale isolamento. Nelle situazioni di crisi sono già stati sospesi gli incontri coi volontari e le attività scolastiche, mentre la didattica a distanza in gran parte degli istituti resta una chimera».

«È necessario, quindi, il massimo sforzo organizzativo per consentire la prosecuzione di attività di trattamento, in presenza o a distanza. In modo che con Covid-19 le carceri non tornino in un regime di totale lockdown. In secondo luogo, non è rimandabile una messa a norma degli istituti penitenziari, e qui torno sul tema della salute pubblica. Il regolamento penitenziario del 2000 – di 20, quasi 21 anni fa – prescrive che in ogni camera detentiva vi sia la doccia e servizi igienici autonomi. Mentre nel 70-80% dei casi in Italia le docce continuano a essere in comune. Mi dica lei cosa pensa possa comportare questo in termini di prevenzione e diffusione del virus. Alla luce dell’esperienza che stiamo vivendo e come investimento per il futuro, questa credo che sia la priorità nella progettazione del ricorso al Recovery Fund nel penitenziario: adeguare finalmente l’intero sistema alle norme igienico-sanitarie vigenti, ma inosservate, da vent’anni».

 

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