Salute 19 Marzo 2019

Cardionefrologia, eventi cardiaci fatali in pazienti in dialisi: 43% responsabili dei decessi e rischio di arresto cardiaco per il 35% dopo i 75 anni

Di Lullo (nefrologo): «Importante mantenere stabilità nello scambio elettrolitico durante la seduta dialitica. Per pazienti con sindrome renale cronica e fibrillazione atriale, attenzione alla scelta di farmaco»

di Lucia Oggianu

Morte cardiaca improvvisa frequente in pazienti dializzati, un rischio che cresce con l’avanzare dell’età in pazienti con oltre 75 anni. La dialisi, terapia sostitutiva della funzione renale necessaria quando i reni non sono più in grado di lavorare normalmente, è spesso associata al verificarsi di aritmie fatali. Ma che tipo di correlazione esiste e quale approccio può essere considerato il migliore alla luce di questi dati? Risponde il dottor Luca Di Lullo, Responsabile Scientifico del Congresso di Cardionefrologia 2019.

Dottor Di Lullo, morte improvvisa e malattia renale cronica. Quali strategie efficaci sono attualmente disponibili a riguardo?

«Il concetto di morte improvvisa è molto importante in pazienti che fanno dialisi. Si consideri che i pazienti in trattamento dialitico hanno una percentuale di morte cardiaca improvvisa superiore di quasi dieci volte rispetto alla popolazione normale. Questo perché durante il trattamento dialitico è inevitabile che ci sia uno spostamento di sostanze, elettroliti, come il potassio e il calcio che essendo spostati da un compartimento all’altro, possono venire a crearsi degli squilibri momentanei. Se in questo momento di squilibrio si instaura un fattore ‘x’, che ancora non siamo in grado di decifrare ma è dovuto ad alterazioni elettriche delle membrane e delle cellule cardiache, c’è un improvviso arresto della conduzione dello stimolo cardiaco da nord a sud del cuore quindi dal ventricolo all’atrio e viceversa, con un conseguente arresto cardiaco. Dato che lo spostamento di elettroliti e dell’impulso cardiaco è più frequente che si abbia tra una seduta dialitica e l’altra spesso si tratta di pazienti che decedono a casa, che non riescono ad arrivare alla seduta successiva. È più raro che accada durante la seduta, anche se può sempre succedere. Sicuramente si possono mettere in atto diverse strategie. Una di queste è quella di modulare in modo molto attento il contenuto di elettroliti delle sacche di dialisi, il cosiddetto ‘bagno di dialisi’, in modo tale da attenuare lo squilibrio tra il cosiddetto compartimento intracellulare, cioè quello che noi conteniamo, e il contenuto della soluzione di dialisi stessa, affinché l’organismo non soffra di questi repentini cambi di concentrazione di elettroliti quindi una migliore stabilità del sistema di trasmissione dell’impulso elettrico a livello cardiaco dunque una minore incidenza di arresto cardiaco stesso».

Per quanto riguarda, invece, i pazienti che soffrono di sindrome renale cronica ma anche di fibrillazione atriale, come risolvere il noto problema della scelta del farmaco?

«Il problema della terapia anticoagulante nel paziente con sindrome renale cronica è abbastanza evidente. Per fortuna, con l’arrivo di alcuni farmaci che ormai sono sul mercato da qualche anno, gli anticoagulanti diretti, abbiamo avuto delle possibilità maggiori perché mentre il farmaco che abbiamo da sempre utilizzato, il Warfarin, crea problemi a livello di formazione di calcificazioni vascolari, con i nuovi farmaci si può evitare questo problema e soprattutto possiamo somministrarli fino a livelli avanzati di malattia renale cronica, cioè fino al cosiddetto stadio IV, in cui i pazienti hanno un filtrato fino a 15 ml/minuto. Al di sotto di questa soglia non si possono somministrare ma, in questo modo, possiamo trattare una grande fetta di pazienti, con un ottimo profilo di sicurezza ed efficacia».

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