Salute 31 Marzo 2020 10:04

La battaglia di Mattia, il più giovane paziente Covid-19 in terapia intensiva. I medici: «Situazione è critica ma ha una marcia in più»

Elena Grappa (Responsabile Neuro anestesia ASST Cremona): «Discreti i risultati dei farmaci antivirali ma nessuno per ora ha fatto la differenza»

di Federica Bosco

«Mamma non ti lascio, lotterò per te». L’ultimo messaggio di Mattia prima di essere intubato e diventare il più giovane paziente Covid-19 in terapia intensiva ha commosso l’Italia. Dalle pagine del Corriere la storia di questo giovane guerriero, che dalla scorsa settimana lotta per sopravvivere all’Ospedale di Cremona, è rimbalzata in ogni casa per diventare la battaglia di tutti noi. A prendersi cura di lui, la neuroanestesista Elena Grappa che, raggiunta via Skype, ha spiegato come questo nemico invisibile e ancora sconosciuto abbia potuto prendere di mira, a dispetto dei pronostici, anche un ragazzo giovane e senza malattie pregresse come Mattia.

«Nessuno in questo momento riesce a capire perché questa malattia in alcune persone si sviluppa in maniera più leggera, mentre in altri individui si sviluppano forme più importanti – commenta la dottoressa Grappa -. Certamente i giovani hanno probabilità inferiori di ammalarsi, eppure quanto accaduto a Mattia esce da ogni schema perché il ragazzo non ha alcuna comorbilità particolare. A volte sono i pazienti obesi, altre volte gli ipertesi a rischiare maggiormente, ma non è la situazione di Mattia. Certo è che in questo caso l’impatto emotivo è tanto. Lui è giovane, è un malato ancora molto critico, intubato e sedato, però risponde, ha una marcia in più».

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Una forza che arriva anche dalla famiglia, sempre in collegamento diretto con i medici e gli operatori sanitari impegnati in terapia intensiva a combattere la battaglia al fianco di Mattia. «Sentiamo la mamma quotidianamente. Serve a lei, ma anche a noi e al ragazzo. Con l’esperienza fatta come rianimazione aperta, abbiamo potuto constatare che la forza emotiva aiuta, ed infatti il tempo della comunicazione fa parte della cura. Abbiamo organizzato uno spazio ed una fascia oraria dedicata perché è estremamente angosciante per i familiari essere chiusi in casa senza notizie. Quindi  dalle 12.00 alle 14.00 i parenti chiamano ed il medico che la mattina ha seguito il paziente, e quindi ha notizie più aggiornate, comunica con i familiari. Una scelta che funziona abbastanza bene. Poi ovviamente se un paziente è appena stato ricoverato o ci sono esigenze particolari, rispondiamo anche in altri orari. Siamo particolarmente vicini alla mamma di Mattia, sia per la giovane età del ragazzo che per la storia familiare che ci ha veramente toccato».

Una storia, quella di Mattia, che ha commosso e spaventato al tempo stesso, perché rende tutti più vulnerabili in un momento in cui all’ospedale di Cremona sembra essere ancora lontana la luce alla fine del tunnel. «Noi siamo partiti con una rianimazione che aveva otto posti letto – spiega la dottoressa Grappa -. Oggi abbiamo 52 pazienti ricoverati, il che significa aver dilatato in misura importante i nostri spazi ed avere creato altre rianimazioni all’interno dell’ospedale con sforzo sia di personale (e anche di disponibilità dello stesso a riconvertirsi rispetto a quello che era il ruolo abituale), sia in termini di strumentazioni, come respiratori, pompe e monitor. Ora non sembra che la situazione sia in calo. Abbiamo avuto un aiuto importante da parte della centrale regionale per i trasferimenti in altre città non solo della Lombardia. Oggi ad esempio abbiamo trasferito alcuni pazienti in Germania, il tutto organizzato dal CROSS. La situazione è critica e la turnazione pesante, sulle 24 ore. Si lavora ugualmente di giorno e di notte, in questo senso il carico è anche frustrante perché non si ha tempo per seguire adeguatamente tutti i pazienti, occorre saltellare da una parte all’altra, perdendo il filo della cura. Ci sono alcuni farmaci che promettono di dare discreti risultati, ma non c’è ad oggi alcun farmaco che abbia dimostrato di fare la differenza. Siamo partiti con antiretrovirali, adesso stiamo sperimentando su alcuni malati il Rendesivir che è un altro antivirale più promettente e poi il Tocilizumab, antiartritico che agisce sulla citochina. Sono promettenti ma sperimentali, ciò che si può fare è sostenere la respirazione in tutta questa fase, finché il polmone non riesce a recuperare».

 

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