Salute 4 Maggio 2020

Bambini e sindrome di Kawasaki, i pediatri: «Oltre 20 casi in 20 giorni, associazione con Covid-19 non sembra casuale»

Sedici anni fa un altro coronavirus con lo stesso recettore è stato collegato alla malattia, allarme tra i pediatri che invitano a non sottovalutare i sintomi cutanei. Mele (presidente Simpe): «Nella Fase 2 diagnosi clinica drammaticamente essenziale. Ripensare una pediatria di comunità»

di Gloria Frezza
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I pochi studi effettuati finora sembrano concordare: bambini e ragazzi sotto i 18 anni di età restano, a due mesi dallo scoppio della pandemia, la categoria meno colpita dal nuovo coronavirus. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto superiore di sanità ad oggi sono 3.300 i minori contagiati in Italia, più della metà compresi tra i 7 e i 17 anni. Solitamente asintomatici e non gravi, i più piccoli (0-6 anni) sono stati però di recenti collegati a una serie di manifestazioni cutanee del Covid-19 e, nell’ultima settimana, a un alto e insolito numero di casi di sindrome di Kawasaki. Dal presidente della Società italiana medici pediatri, Giuseppe Mele, arriva a Sanità Informazione un appello a non sottovalutarne gli effetti.

«I bambini tendenzialmente hanno pochi o zero sintomi – racconta Mele – ma abbiamo notato che alcuni sviluppano vasculiti e acrodermatiti che stanno impensierendo». Quei “geloni” di cui si è parlato nello studio del dermatologo Angelo Marzano, comparsi sopratutto nella popolazione neonatale contagiata dal virus. Anche la diagnosi della sindrome di Kawasaki, una malattia generalmente poco comune, parte dalle manifestazioni cutanee.

A notare un sospetto aumento di questa malattia sono stati per primi dei medici inglesi e ora l’allerta arriva da Bergamo. «Nell’arco di un anno – chiarisce Mele – registriamo massimo 150 casi, in 20 giorni oltre 20 casi a Bergamo hanno preoccupato anche i pediatri. Anche se non ci sono certezze sul collegamento con il virus, è impossibile non notare la comparsa di questi casi proprio in una delle zone più colpite dal Covid-19».

La sindrome di Kawasaki è una vasculite, che colpisce generalmente neonati e bambini fino agli 8 anni. Oltre agli esantemi, si presenta con una febbre prolungata, congiuntivite e infiammazione della mucosa. Nelle sue forme più gravi colpisce le arterie coronariche, di cui possono svilupparsi aneurismi o, in estreme conseguenze, causare un infarto del miocardio. C’è tuttavia una terapia che i bambini possono seguire, che va cominciata il prima possibile.

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«Non colpisce solo la parte cutanea – spiega il presidente di Simpe – ma si manifesta in maniera acuta con arrossamento delle labbra, delle guance e delle mucose orali, insieme a quello della palma del piede e della mano. Quello che preoccupa è il problema legato all’infiammazione dei piccoli vasi, specie le coronarie dove può fare danni importanti e provocare situazioni pneumo-asmatiche». A collegarle sarebbe un recettore: «Sedici anni fa la sindrome di Kawasaki è stata collegata a NL63, un altro coronavirus che usa lo stesso recettore del Covid. Al momento, dai dati raccolti l’associazione con il virus non sembra sia casuale».

Massima attenzione è richiesta quindi in primis ai genitori, nell’agire al primo manifestarsi dei sintomi. Per i neonati contagiati, ad oggi 512, il latte della madre resta un elemento sicuro. Il tasso di ospedalizzazione è al 36%, 20% per quelli tra i 2 e i 6 anni, sopratutto per questioni di sicurezza. Tuttavia, spiega Mele: «La stragrande maggioranza della letteratura a nostra disposizione vede il 42-47% di bambini asintomatici e questo si trasforma in un fattore di rischio. Se i pediatri non vengono messi nella posizione di poter fare una diagnosi chiara attraverso tamponi o analisi sierologiche attendibili, è evidente che questa situazione potrebbe scapparci dalle mani».

Per Simpe nella “Fase 2” poter fare una diagnosi clinica del virus sarà «drammaticamente importante», specie per poter permettere alla medicina ordinaria di tornare a funzionare nella sua totalità. Il 20% delle visite dei bambini con malattie croniche e altre patologie importanti hanno subito un ritardo: «È la paura del contagio ospedaliero a determinare questo atteggiamento da parte dei genitori. Stiamo rilevando anche dei ritardi nei calendari vaccinali e questo ci preoccupa. Il bambino deve essere messo in condizione di benessere assoluto».

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Per poter raggiungere questo risultato, due saranno le necessità nei tempi a venire: la possibilità di testare il maggior numero possibile di persone, dunque la disponibilità su larga scala di tamponi oro-faringei, e un cambio di prospettiva anche da parte dei professionisti. «Bisogna uscire un po’ da questo paradigma occidentale che poggia la propria efficacia sulla singola persona – delinea il presidente di Simpe – perché di fronte a una pandemia di questa portata e gravità, bisogna pensare che non esiste più il solo bambino proprio assistito al centro delle attenzioni di salute, ma la collettività».

Una pediatria non più di libera scelta, ma di comunità. «Gran parte delle funzioni – prosegue – che prima sono state vicariate dal pediatra di libera scelta o dal medico di medicina generale dovrebbero essere riviste in funzione di quella che è la gestione della “Fase 2”, ovvero metterci nella condizione di fare una diagnosi clinica quanto più estesa possibile in questo senso, quindi a scuola e negli spazi pubblici».

Da Simpe è in arrivo una carta dei servizi per genitori e professionisti elaborata proprio per la “convivenza con il virus”. Linee guida redatte da direttivo e gruppo di studio su come comportarsi a scuola, al parco e negli ambulatori. Questi ultimi ripensati, come illustrava il presidente, non più come luoghi di consulto one to one ma come avamposti di controllo e screening del virus, affinché anche i bambini asintomatici non rischino di essere veicoli del virus o colpiti silenziosi. Un progetto in cui il presidente crede molto e un impegno necessario: «Noi pensiamo che i bambini possano essere la chiave di volta del Covid-19 e quindi la soluzione».

 

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