Salute 19 Maggio 2026 10:16

Cancro alla prostata, il test del sangue che anticipa il fallimento delle cure

Un esame basato sul DNA tumorale circolante potrebbe indicare entro 6-12 settimane se la terapia per il tumore prostatico avanzato non sta funzionando.

di Arnaldo Iodice
Cancro alla prostata, il test del sangue che anticipa il fallimento delle cure

Un nuovo esame del sangue potrebbe aiutare i medici a capire, entro 6-12 settimane, se un trattamento contro il cancro alla prostata in stadio avanzato sta fallendo. Lo indica uno studio britannico condotto dai ricercatori dell’UCL Cancer Institute e pubblicato su Nature Cancer. La ricerca ha valutato 117 uomini con nuova diagnosi di carcinoma prostatico metastatico, trattati in 14 centri del Servizio sanitario nazionale britannico. Gli studiosi hanno osservato che la presenza nel sangue di piccoli frammenti di DNA tumorale può segnalare che la malattia continua a crescere anche quando gli esami tradizionali mostrano cambiamenti limitati. Dopo 6-12 settimane di trattamento, tre pazienti su dieci presentavano ancora DNA tumorale rilevabile. Questo dato si è associato a una sopravvivenza molto più bassa: solo la metà di questi uomini superava i due anni, contro l’85% dei pazienti senza DNA tumorale rilevabile.

Perché il DNA tumorale può anticipare il PSA

Oggi i medici valutano spesso l’efficacia della terapia osservando la riduzione del PSA, l’antigene prostatico specifico. È un indicatore utile, ma non sempre rapido: il PSA può restare nel sangue per mesi e quindi ritardare la comprensione reale della risposta al trattamento. Il DNA tumorale circolante, invece, viene eliminato molto più velocemente dall’organismo. Per questo può funzionare come un segnale d’allarme precoce: se è ancora presente dopo le prime settimane di cura, significa che il tumore potrebbe non essere sotto controllo.

Il valore dello studio sta proprio in questa possibilità di anticipare le decisioni cliniche. Nei pazienti con carcinoma prostatico metastatico, il tempo è un fattore cruciale ma non esiste ancora un metodo rapido per stabilire chi risponderà bene alla sola terapia ormonale e chi, invece, avrà bisogno di trattamenti più aggressivi, come la chemioterapia o altre combinazioni terapeutiche.

Secondo il professor Gert Attard, che ha guidato la ricerca, il risultato è particolarmente importante perché mostra per la prima volta un legame chiaro tra DNA tumorale nel sangue ed esiti nei pazienti con tumore avanzato ormono-sensibile. Usato insieme al PSA, questo test potrebbe consentire una personalizzazione più precisa delle cure: intensificare il trattamento nei pazienti ad alto rischio, ma anche evitare terapie inutilmente pesanti a chi sta rispondendo bene.

Impatto sui pazienti e sulla ricerca futura

La combinazione tra test del DNA tumorale e misurazione del PSA ha permesso di identificare un gruppo di pazienti con un rischio di morte venti volte superiore rispetto agli uomini con DNA tumorale non rilevabile e PSA molto basso. È proprio questo gruppo che potrebbe beneficiare maggiormente di un trattamento più intensivo fin dalle prime fasi, invece di attendere mesi prima di accorgersi che la terapia non sta funzionando. In pratica, il test potrebbe trasformare il monitoraggio della malattia da un processo lento e retrospettivo a uno strumento decisionale precoce.

L’impatto potenziale è rilevante anche per la ricerca clinica. Se il DNA tumorale permette di capire rapidamente se un nuovo trattamento sta funzionando, gli studi potrebbero diventare più veloci, più mirati e meno gravosi per i pazienti. La dottoressa Hayley Luxton, di Prostate Cancer UK, ha sottolineato che migliaia di uomini ricevono ogni anno una diagnosi di tumore avanzato e incurabile senza che sia subito chiaro quale cura sia più adatta.

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