Salute 7 agosto 2017

Autocertificazione malattia, Giansante (Medicina Fiscale): «Un errore, solo il medico può capire reale entità problema»

Il Vicepresidente ANMEFI (Associazione Nazionale Medici di Medicina Fiscale) commenta ai nostri microfoni la proposta di legge firmata dal Senatore Romani che ipotizza la possibilità per i lavoratori di autogiustificare i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro

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Autocertificazione di malattia per i lavoratori? No grazie. Neanche se valida solo per i primi tre giorni di assenza dal lavoro. Massimo Giansante, Vicepresidente ANMEFI (Associazione Nazionale Medici di Medicina Fiscale) non vede di buon occhio la proposta di legge presentata dal Senatore Romani (Gruppo Misto), Vicepresidente della Commissione Igiene e Sanità, che propone di permettere al lavoratore di autogiustificare i primi tre giorni di assenza per malattia dal lavoro. Il motivo? «Solo un medico può capire se dolori comuni come un mal di testa o un mal di pancia siano sintomo di qualcosa di più importante e grave».

Vicepresidente Giansante, qual è la sua opinione rispetto alla proposta di legge del Senatore Romani sull’autocertificazione per i primi tre giorni di malattia?

«Come associazione ovviamente abbiamo avuto delle forti perplessità. In primo luogo, non è ancora ben chiaro quale sia, in realtà, la proposta. Lo stesso Senatore Romani, nelle sue ultime comunicazioni alla stampa, ha detto che si prenderà del tempo, fino alla fine dell’anno, per definirla meglio. In linea di massima, da quel che abbiamo capito finora, siamo contrari perché riteniamo che esistano delle patologie non obiettivabili: un paziente con una cefalea o un dolore addominale può pensare di non avere nulla di grave, ma il medico può vedere dei segni che possono far pensare ad un’appendicite. Perdere due giorni e poi trovarsi con una peritonite non credo sia nell’interesse né del paziente, né del datore di lavoro, né dell’Inps. Insomma, non è negli interessi della società in generale, che poi è quella che pagherà questa malattia».

Come si procede in questi casi, quado si accusano dei malesseri piuttosto comuni?

«Al momento, la certificazione deve essere rilasciata dopo avere effettuato una visita o un esame. Da medico, comprendo perfettamente che ci sono delle patologie difficilmente obiettivabili. Però, ripeto, se nessuno effettua un controllo, si rischia di lasciarsi sfuggire patologie molto più gravi, magari in un solo caso su 10, o su 20, o su 100. Un paziente che ha un dolore addominale va esaminato con una visita e una palpazione addominale. Se ha una cefalea, va esaminato quanto meno con una misurazione della pressione, e magari qualche semplice esame neurologico, di quelli che si possono fare anche a domicilio. Tutto questo può servire ad individuare casi in cui forse la cosa non è così banale come sembra. Certo, i medici di famiglia hanno dei grossi problemi e lo riconosciamo, ma questa non è secondo noi la soluzione ideale per risolverli».

Quindi l’associazione si oppone a questa proposta anche e soprattutto per salvaguardare il cittadino?

«Per la salvaguardia del cittadino ma anche per problemi nostri pratici. È ovvio che le problematiche introdotte dalla Legge Brunetta con la responsabilità del medico comportano per il professionista di medicina generale un aggravio dal punto di vista delle spese. Il venir meno comporterebbe per loro un risparmio ma, probabilmente, comporterebbe per noi un aggravio, quindi ci sono anche dei banali problemi economici che andrebbero affrontati. Quindi forse la proposta andrebbe organizzata meglio, poi si vedrà».

Un’ultima domanda. Rispetto alla proposta di legge Madia, quindi su un aumento dei controlli per cercare di prevenire fenomeni di assenteismo, e anche al polo unico dell’Inps, come vede questa proposta, per certi versi forse contraddittoria?

«Francamente non ho capito, probabilmente per mia colpa, se questa proposta è applicabile a tutti i lavoratori o solamente a una parte. Su qualche testata ho letto che vale solo per i dipendenti pubblici. Adesso, dopo che abbiamo fatto la riforma Madia che finalmente unifica le fasce orario, e che quindi ci rende tutti uguali, andare a creare un sistema per una categoria, un sistema per l’altra, mi sembra una contraddizione. Allo stato attuale non capiamo bene cosa sta accadendo e comunque, di massima, da quello che capiamo non ci sembra una buona soluzione. Poi se a dicembre ci saranno delle altre proposte ne riparleremo».

 

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