Professioni Sanitarie 28 Maggio 2020

Covid-19, Penocchio (FNOVI): «Così i veterinari si sono adattati al lockdown. Situazione economica difficile, Governo ci sostenga»

Il presidente della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani spiega: «Abbiamo utilizzato tutte le tecnologie disponibili, dal teleconsulto alla ricetta elettronica veterinaria». Poi sottolinea: «Abbiamo dovuto porre rimedio a una infodemia per ridimensionare o stroncare notizie fastidiose o pericolose su animali e persone»

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Il lungo periodo di lockdown dovuto al Covid-19 ha avuto effetti profondi anche sul mondo della veterinaria. Da un lato ha modificato, giocoforza, l’approccio al lavoro con un ricorso diffuso alle tecnologie: dalla ricetta elettronica veterinaria al teleconsulto. Dall’altro ha contratto il lavoro con le inevitabili conseguenze professionali che hanno coinvolto anche altre categorie.

«La professione medico veterinaria nel suo complesso, e non ci attendevamo diversamente, ha avuto e avrà conseguenze drammatiche dal punto di vista economico – spiega a Sanità Informazione il presidente della Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI) Gaetano Penocchio -. Come ovvio e come già accaduto, in caso di riduzione della disponibilità economiche dei proprietari di animali da compagnia si verifica una contrazione delle spese dedicate alla salute degli animali».

Per questo FNOVI si attende dal decisore politico misure di sostegno al reddito incisive per i professionisti, anche per ristorare le spese sostenute in questi mesi per i Dpi, non essendo i veterinari, salvo qualche eccezione, compresi nella distribuzione delle regioni.

Presidente, com’è cambiata la professione del medico veterinario in questi mesi di emergenza Covid? 

«Dal primo DPCM le prestazioni medico veterinarie sono state definite essenziali e quindi garantite, ovviamente nel rispetto delle norme di protezione individuale sia del personale che dei clienti. Indubbiamente l’emergenza ha imposto modalità di lavoro molto diverse dal consueto, spesso non facili anche per la mancanza di Dpi e in genere di materiali monouso. FNOVI ha fornito indicazioni ai professionisti e materiali informativi destinati anche ai proprietari di animali per far comprendere e rispettare tutte le norme senza pregiudicare la tutela della salute e del benessere degli animali».

La tecnologia vi è stata d’aiuto?

«Tutte le tecnologie disponibili sono state utili e utilizzate, prima fra tutte la ricetta elettronica veterinaria, tanto che è stata poi replicata in ambito umano. Il teleconsulto è una modalità certamente utile in una situazione come questa emergenza e deve essere basata sul rispetto del rapporto medico veterinario-proprietario-paziente. È stata suggerita per far rispettare il principio del distanziamento e per superare i disagi conseguenti al divieto di allontanarsi dal Comune e a quelli, anche psicologici, dei proprietari in isolamento. Anche in altri Paesi europei il teleconsulto è stato ammesso eccezionalmente in questa pandemia, prevedendo una fase sperimentale da valutare in seguito. Alcuni dettagli rilevanti sono oggetto di riflessione e serve un inquadramento normativo, al momento inesistente, per evitare che una possibilità concessa dalla tecnologia diventi ambito di speculazioni o peggio gestione non professionale delle patologie degli animali o scorciatoie che possono pregiudicare la tutela della loro salute e del loro benessere».

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Avete distribuito un questionario sulla professione ai medici veterinari. Quali sono i dati più interessanti che sono emersi? 

«I dati sono ancora oggetto di analisi e lavoro e saranno pubblicati a breve, ma posso dire fin d’ora che la professione medico veterinaria nel suo complesso, e non ci attendevamo diversamente, ha avuto e avrà conseguenze drammatiche dal punto di vista economico. Come ovvio e come già accaduto, in caso di riduzione della disponibilità economiche dei proprietari di animali da compagnia si verifica una contrazione delle spese dedicate alla salute degli animali. Le spese di gestione delle strutture sono ingenti e non si sono congelate. La preoccupazione maggiore emersa è quella per i prossimi mesi e non è ancora chiaro se e come i liberi professionisti potranno fare affidamento sul sostentamento economico. FNOVI, con le altre professioni ordinistiche, continua a pressare i decisori per garantire l’accesso anche alle riserve delle casse di previdenza e assistenza private. Altro aspetto emerso è la mancanza di Dpi e materiali di consumo che ha inciso moltissimo. I medici veterinari hanno dovuto arrangiarsi e spesso fare affidamento alle proprie personali disponibilità per potersi proteggere e proteggere i proprietari di animali. Salvo sporadiche iniziative non siamo stati compresi nelle professioni sanitarie per la distribuzione dei Dpi da parte delle Regioni. Ultimo ma non per importanza la difficoltà di gestione del lavoro da parte di molti professionisti che devono assistere genitori o che non sanno a chi affidare i figli: per molti motivi gli orari di lavoro si sono dilatati, le misure di protezione hanno modificato profondamente le modalità di erogare le prestazioni e lo stress sul lavoro è aumentato. Una realtà certo comune a molte professioni, ma non per questo meno significativa, che ha e avrà conseguenze da tenere sotto controllo».

Anche per gli animali c’è stato un calo delle attività di prevenzione in questi mesi. Che conseguenze avrà questo? Come vi si può porre rimedio?

«Una premessa: la pandemia si è verificata nei mesi invernali prima del periodo dedicato alle prestazioni preventive per le quali è stato suggerito il posticipo se non in casi particolari valutati dal medico veterinario. L’allentamento dell’isolamento consente ad oggi di erogare un numero maggiore di prestazioni quindi la prevenzione di patologie trasmesse da vettori, filariosi e leishmaniosi fra tutte, è garantita nel periodo opportuno. Le vaccinazioni non hanno una scadenza rigida e i protocolli vaccinali più aggiornati e adeguati consentono qualche settimana di differenza senza che la salute ne risenta. Quindi non è stato e non è necessario rimediare a criticità. Anche su questo aspetto la corretta comunicazione fra medico veterinario e cliente è essenziale. Non solo curare le malattie, ma anche diffondere informazioni con solide basi scientifiche: questo è stato un aspetto fondamentale specialmente per contrastare la massa di informazioni false diffuse su tutti i media. Una deprecabile infodemia è scoppiata insieme alla pandemia di Covid-19: FNOVI e a cascata tutti i medici veterinari hanno avuto anche il compito di ridimensionare se non stroncare notizie fastidiose o pericolose per animali e persone».

Nel comunicato relativo al questionario sul sito FNOVI si legge che “Le misure di contenimento della diffusione del virus adottate dal Governo sono state oggetto di opinioni contrastanti, di equivoci e spesso di insofferenza da parte di molti, alcuni colleghi hanno osservato che se le misure fossero state quelle previste dal regolamento di polizia veterinaria la diffusione sarebbe stata contenuta in tempi molto più brevi e con maggiore efficacia”. Può spiegarci a quali norme del regolamento di polizia veterinaria si fa riferimento?

«I medici veterinari per le malattie infettive degli animali sono formati a ragionare, tra gli altri principi, in termini di Zona infetta e Zona di protezione come indicato nel Regolamento di Polizia veterinaria che entrò in vigore nel lontano 1954 e che, anche se superato da una ampia legislazione nazionale e comunitaria, contiene ancora misure fondamentali ed efficaci per contenere la diffusione dei focolai di malattie infettive degli animali, tanto più in caso di zoonosi. La biosicurezza e più in generale la prevenzione sono i cardini della tutela della salute degli animali, perché i medici veterinari sanno bene che prevenire è meglio che curare, sia in termini economici che di difficoltà ed è fondamentale anche la velocità di azione e reazione in caso di focolaio di malattia. Nessuno vuole paragonare un allevamento o un insieme di allevamenti ad una città perché le finalità sono ovviamente diverse, ma non sono invece diverse le modalità organizzative di contenimento del contagio in una determinata popolazione, a prescindere dalla specie. Come abbiamo visto e vissuto tutti è stato necessario imporre l’isolamento, il distanziamento e i Dpi».

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Nel Comitato tecnico scientifico non ci sono medici veterinari. Pensa sia una grave mancanza? Che contributo potreste offrire nel gestire la fase 2?

«I medici veterinari sono generalmente poco consultati se non in caso di malattie degli animali, dimenticando che la salute pubblica è una sola e che il concetto One Health non può essere uno slogan avulso dalla realtà o peggio invocato solo quando funzionale a logiche di visibilità. Il Comitato tecnico scientifico lavora con altri enti e istituzioni e confidiamo che le conoscenze scientifiche siano davvero patrimonio condiviso. I medici veterinari sono stati coinvolti direttamente solo dal Dipartimento della Protezione civile per il censimento della strumentazione a supporto della respirazione. Non è stato poi necessario dare seguito alle manifestazioni di disponibilità che sono arrivate: i medici veterinari hanno risposto da tutta Italia, sono state fatte donazioni e sono state molte le attività solidali con le altre professioni sanitarie. Come spesso accade i medici veterinari hanno un approccio pragmatico e meno mediatico. La fase 2 richiede grande senso di responsabilità da parte di tutti i cittadini. I medici veterinari continuano a garantire la loro presenza sul territorio, l’apporto è quindi quello quotidiano in tutti gli ambiti della professione. Come sempre, nonostante le difficoltà».

 

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