Politica 13 febbraio 2018

Sanità, la ricetta di Fabio De Lillo: «La priorità è tornare ad assumere medici ed infermieri»

«Quello tra farmacista e medico è un connubio virtuoso. Coinvolgiamo le farmacie nell’assistenza domiciliare» afferma il Consigliere regionale candidato con Forza Italia per le elezioni regionali nel Lazio. Poi aggiunge: «Stop precariato, manca linfa vitale dei giovani medici»

Il 4 marzo, insieme alle elezioni politiche, si voterà anche in due regioni: Lazio e Lombardia. Nella lista di Forza Italia a sostegno della candidatura di Stefano Parisi corre anche il farmacista Fabio De Lillo. A lungo Consigliere comunale a Roma, nel periodo 2008–2011 è stato anche Assessore all’Ambiente. Dal 2013 è Consigliere regionale del Lazio, membro della VII Commissione – Politiche sociali e salute e vicepresidente Commissione consiliare speciale sulle infiltrazioni mafiose e sulla criminalità organizzata nel territorio regionale. Insieme alla sua famiglia gestisce la storica farmacia di Piazza Irnerio.

De Lillo, sappiamo che per la Regione Lazio, come per tutte le regioni, la Sanità sia il capitolo principale. Lei è farmacista ed è stato in Commissione Sanità. Avere competenze in questo settore quanto è importante in vista delle prossime sfide?

«È molto importante perché circa il 79% del bilancio della Regione Lazio è destinato al capitolo Sanità. C’è una grandissima sfida, quella di poter uscire dopo tanti anni dal commissariamento della Regione Lazio che si è accumulato per i debiti pregressi creati da maggioranze di vari colori politici. Siamo nella possibilità nei prossimi cinque anni di uscire realmente dal commissariamento, avere un assessore alla Sanità che manca da troppi anni e riuscire finalmente a fare una cosa essenziale per la Sanità della Regione: tornare ad assumere medici e infermieri».

Il nostro giornale è molto letto soprattutto da camici bianchi. Per loro sono stati anni difficilissimi: precariato, mancate assunzioni, turni massacranti. È proprio lì forse che andrebbe varato il primo provvedimento?

«Assolutamente sì. Le regole del commissariamento di una regione portano proprio a questo: impedire l’assunzione di nuovi medici e infermieri, di personale sanitario. Ogni 100 persone che in questi anni sono andati in pensione o sono morte, solo il 10% veniva assunto. Questo ha portato a uno svilimento della professionalità medica per cui non ci sono più giovani medici assunti nelle strutture pubbliche sanitarie del Lazio, che rappresentano la parte realmente produttiva. I medici che escono dall’università, i neo specializzati, sono quelli che hanno maggior voglia di fare turni, di apprendere, di prestare servizio, come avviene in tutte le professioni nei primi anni della propria attività. Manca questa linfa vitale che viene data dai giovani medici. Oltretutto viene depressa una categoria. Noi troviamo istituti, dipartimenti importanti degli ospedali più grandi d’Italia, che sono quelli romani, ancora con contratti di precariato: i medici arrivano a dicembre senza sapere se il loro contratto verrà riattivato. Possiamo tranquillamente dire che la sanità del Lazio si mantiene con dei precari e questo non è più possibile. Non è possibile che un chirurgo vada ad affrontare un’operazione a dicembre con la tensione derivante dal fatto che non sa se a gennaio lavorerà. Senza parlare della previdenza che risulta essere completamente differente. E dello stipendio che non è adeguato alle loro professionalità. Per loro, per i medici e gli infermieri, dobbiamo uscire assolutamente da questo piano di rientro. E se c’è da dare una colpa alla precedente gestione Zingaretti è proprio questa, di essere stato sul punto di uscire dal commissariamento grazie ai risparmi fatti dalle giunte precedenti e non si è voluto in maniera scientifica uscirci per il fatto che il commissario ha dei poteri straordinari che invece con l’uscita del commissariamento mancherebbero al presidente della Regione».

Lei è farmacista. Noi sappiamo che in una società come la nostra, sempre più invecchiata, le farmacie rappresentano uno dei più importanti presidi sul territorio. Pensiamo soprattutto ai piccoli comuni e alle farmacie rurali. È importante questo dialogo: un farmacista a questo punto può diventare un fornitore di servizi sanitari.

«Posso tranquillamente dire che tremila e passa farmacie presenti nel territorio regionale del Lazio sono presenti in maniera capillare, ancora più delle caserme, dei carabinieri, ancora più dei presidi medici, ancora più di qualsiasi altra struttura che è alla base di una comunità. Noi siamo presenti in qualsiasi comune, compresi i 121 comuni della provincia di Roma. Siamo presenti in tutti i quartieri di Roma, in tutte le periferie, nei posti più lontani, siamo presenti in tutti i comuni della provincia e della regione. Ne vorrei ricordare uno su tutti, la farmacia di Amatrice: nel momento del terremoto il farmacista, con la farmacia distrutta, ancora stava lì dentro a dispensare medicinali e ad essere un punto di riferimento. Dico questo perché la farmacia ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà in futuro una unicità e un riferimento sanitario incredibile. Quello che noi dobbiamo fare è che la farmacia dev’essere anche il motore di quello che secondo noi è un’importante attività che faremo nei prossimi cinque anni, cioè l’assistenza domiciliare. Cioè il paziente che esce dall’ospedale, esce con una cura data dall’ospedale, ad esempio, di una settimana. Il proseguo di una cura può essere effettuato solamente dalla farmacia che può capire e seguire il malato anche a casa, sa le medicine che prende, ha lo storico delle patologie: da lì può nascere anche l’assistenza domiciliare, la farmacia di zona manda l’infermiere giusto, quello che serve per una patologia o per un’altra. Coordina l’assistenza sanitaria, manda i medici con la specializzazione adatta a tale patologia. Logicamente il tutto va fatto con il coordinamento del medico di famiglia e di base. Ma questo connubio medico di base-farmacia è un connubio che deve guardare al futuro per il risparmio della sanità pubblica. Un paziente in ospedale costa più di mille euro al giorno, a casa costa meno di trecento euro con il vantaggio di stare nella propria abitazione, con l’affetto dei cari. Con la supervisione del farmacista e del medico che sono i depositari della salute e delle conoscenze sanitarie di quel paziente».

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