Voci della Sanità 18 Giugno 2019

Tubercolosi e migranti, Galli (Simit): «Il problema sono le condizioni di vita, non il paese di appartenenza»

Massimo Galli, Professore Ordinario Malattie Infettive Università degli Studi di Milano e Presidente della SIMIT (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali) ha voluto far chiarezza sul contenuto di una sua intervista di qualche giorno fa in cui si parlava di migranti e tubercolosi. Di seguito la precisazione: «Dopo aver constatato che era stato sintetizzato male […]

Massimo Galli, Professore Ordinario Malattie Infettive Università degli Studi di Milano e Presidente della SIMIT (Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali) ha voluto far chiarezza sul contenuto di una sua intervista di qualche giorno fa in cui si parlava di migranti e tubercolosi. Di seguito la precisazione:

«Dopo aver constatato che era stato sintetizzato male quanto avevo detto nell’intervista ad una radio nella frase “Non si può negare connessione tra paese d’origine migranti e diffusione malattia” – ritengo importante su di una simile affermazione ambigua e confondente operare una precisazione. È un dato di fatto che più un paese è povero, più è elevata la percentuale dei suoi cittadini che sono portatori di una tubercolosi latente. In merito alla connessione con la diffusione, cioè al rischio di trasmissione della malattia, è necessario un chiarimento».

«Secondo il rapporto della WHO – prosegue – del 2018, il 23% della popolazione mondiale, circa un miliardo e settecentomila persone, me compreso, ha una tubercolosi latente. Ha incontrato, cioè, nel corso della sua vita, il micobatterio della tubercolosi, senza sviluppare la malattia. Da un’infezione da Mycobacterium tuberculosis non ci si può mai liberare del tutto. Se dopo l’infezione il tuo sistema immunitario reagisce subito bene, costringe il batterio a nascondersi in particolari cellule, i macrofagi, ove resta ‘sotto sorveglianza’ per tutta la durata della vita dell’ospite».

«La probabilità che si riattivi, causando malattia – spiega – si calcola sia circa del 5-10%, e dipende principalmente dalle condizioni (più povertà, più disagio, più riattivazione) e dalla durata della vita (gli infettivologi italiani sanno bene che gli ultra ottantenni che vengono ricoverati nei loro reparti per la riattivazione di una tubercolosi non sono rari), dall’insorgenza di malattie debilitanti e dalla necessità di assumere farmaci immunosoppressori (in questo caso, i portatori di TB latente devono sottoporsi a particolari trattamenti preventivi)».

«La frequenza della TB latente in una popolazione è proporzionale alle condizioni di vita e al livello igienico-sanitario che le sono garantite. Quindi oggi i paesi più poveri sono quelli con la più alta percentuale di TB latente. In Italia – specifica – la TB latente e la circolazione di M.tuberculosis hanno cominciato a ridursi  prima ancora dell’introduzione delle terapie antitubercolari ad alta efficacia, in relazione con il miglioramento delle condizioni di vita. Ciononostante, i cittadini italiani che ‘ospitano’ M.tuberculosis sono ancora molti. Tra gli italiani sopra i sessanta, anche se mancano dati recenti,  gli ‘ospitanti’ sarebbero il 20-30%. Ipotizzando per difetto che nella intera popolazione siano il 10%, gli italiani con TB latente sarebbero, me compreso, circa sei milioni. E non credo che nessuno di noi sia, si ritenga o voglia essere trattato come un potenziale untore».

«Gli italiani con TB latente sono quindi anche  più numerosi di tutti gli immigrati – sostiene – e molto più numerosi di quelli tra gli immigrati che hanno una TB latente. La differenza sta tutta nelle condizioni di vita. Chi arriva dopo un viaggio disagevole, magari dopo un lungo soggiorno in condizioni miserevoli in Libia, non stupisce che abbia avuto più probabilità di riattivazione della TB. O di averla contratta in condizioni di sovraffollamento. Magari anche dopo essere arrivato in Europa, in situazione abitative precarie. Capita anche ai nostri connazionali senza tetto, che rappresentano un gruppo a rischio per la riattivazione della TB. È arrivato il momento di fare chiarezza, combattendo la malattia, e non le persone. I rischi legati alle condizioni di vita, e non chi li subisce».

Articoli correlati
Chi è Je.suis.doc, medico su TikTok da 40mila follower: «Così ho avvicinato i giovani alla medicina»
Clip mimate e sequenze musicali per interagire con gli adolescenti e parlare di salute. Carlo Esposito: «TikTok mi ha permesso di catturare l’attenzione dei giovanissimi in modo semplice e immediato»
Giornata mondiale epatiti, Simit: «Ripartire presto con screening per Hcv»
Una tavola rotonda online rilancia le politiche contro le Epatiti. Proposto dal professor Massimo Galli l’abbinamento di test salivari per epatite c e sierologici per covid-19 al vaccino antinfluenzale per gli over 65
Giornata mondiale epatite, Andreoni (SIMIT): «Italia in linea con obiettivi OMS, ma servono fondi per farmaci»
Nel mondo 325 milioni di individui soffrono di epatite B e C e, ogni anno, 1 milione 400 mila persone perdono la vita. Il direttore scientifico SIMIT: «Il virus dell’epatite C può essere curato con farmaci che garantiscono il 95% di successo. Le terapie per l’epatite B sono in grado solo di bloccare la malattia»
di Isabella Faggiano
Recovery Fund, Fnopo: «Evento storico. Implementare ostetrica di famiglia e di comunità»
«D’ora in poi non sarà più possibile, né credibile, rimandare la realizzazione di progetti di riforma della rete assistenziale portando a motivazione la mancanza di fondi adeguati» precisa la Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (FNOPO)
Coronavirus, l’immunità dura solo pochi mesi? I guariti di nuovo positivi
Dallo studio del King’s College di Londra emerge un calo dell'immunità con il trascorrere del tempo: il livello di anticorpi prodotti dal nostro corpo scende dopo alcuni mesi
GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Non Categorizzato

La diffusione del coronavirus in tempo reale nel mondo e in Italia

Al 3 agosto, sono 18.082.616 i casi di coronavirus in tutto il mondo e 689.428 i decessi. Mappa elaborata dalla Johns Hopkins CSSE.   I CASI IN ITALIA Bollettino del 3 agosto: nell’ambito del ...
Contributi e Opinioni

«Contro il Covid non fate come noi. Non sta funzionando». La lettera di 25 scienziati e medici svedesi

Un gruppo di 25 scienziati e medici dalla Svezia scrive una lettera su Usa Today al resto del mondo: «La strategia "soft" non funziona, abbiamo perso troppe vite»
di 25 dottori e scienziati svedesi
Salute

Tumori della pelle in aumento, l’allarme di Ascierto: «Paura Covid ha scoraggiato i controlli»

L’esperto: «Una diagnosi precoce consente alti tassi di guarigione, la prevenzione è l’arma più efficace»