Mondo 5 Giugno 2020

Covid-19, la Svezia paga il prezzo del lockdown soft. Il racconto di un medico italiano: «Turni di 60 ore e selezione dei pazienti da salvare»

Con 4500 decessi e 38 mila contagi è il Paese più colpito del nord Europa. I posti in terapia intensiva sono un terzo di quelli dell’Italia

di Federica Bosco

Con 4500 decessi e 38 mila contagi, la Svezia è tra i Paesi più colpiti dal coronavirus del nord Europa. La scelta di un lockdown soft è costata cara al Paese, che ha dovuto arrendersi all’aggressività del virus e al tempo stesso ha dovuto affrontare la carenza di posti nei reparti di terapia intensiva. Il governo oggi fa il mea culpa, ma per stabilizzare i numeri e ipotizzare una fase due ha dovuto attivare il contratto di emergenza, come ci spiega Paolo, un medico italiano a Stoccolma impegnato in prima linea nella battaglia contro il Covid.

«Da italiano ho osservato l’evoluzione della pandemia nel mio Paese, quando in Svezia il virus era ancora un timore remoto. Poi siamo stati travolti anche noi, e mi sono reso conto che il modo di affrontare l’emergenza era diverso. Se in Italia è emersa una frammentazione tra regioni e Stato, qui tutto è stato orchestrato dal governo, anche se poi ogni ospedale ha fatto proprie le linee guida, adattandole alle singole realtà».

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«Da un punto di vista medico – continua Paolo – qui siamo stati più cauti nel dare i farmaci ai pazienti. Ad esempio, dopo due decessi per arresto cardiaco in pazienti senza patologie pregresse, l’idrossiclorochina è stata abbandonata». Due mesi di ritardo nell’esplosione della pandemia hanno permesso alla Svezia di prendere le misure su terapie e farmaci, eppure il prezzo pagato dal Paese più liberale nell’affrontare il virus è stato alto: «Oggi la situazione è stabile – commenta il medico -, si è raggiunto un plateau di contagi e guariti, il picco è passato, gli ospedali stanno tornando alla normalità, dopo un periodo di forte stress segnato da carenza di personale e di posti in terapia intensiva che a Stoccolma, per 100 mila abitanti, sono circa un terzo di quelli italiani, e meno della metà nel resto della Svezia. Una parte di questo gap è stato riempito dalle sub-intensive, ma fino ad un certo punto, perché in ogni caso sono stati costretti ad attivare un contratto di emergenza per operatori sanitari che hanno triplicato il numero delle ore di lavoro per poter ampliare le terapie intensive, convertendo alcune sale operatorie. È quello che è accaduto al Karolinska, il mio ospedale. E poi, non potendo fare miracoli, si è attinto alle strutture private per reperire personale».

Sanitari costretti a turni di 60 ore, pochi tamponi per mancanza di reagenti, farmaci come l’idrossiclorochina che non convincono e, nel momento di maggiore criticità, i medici hanno  dovuto pure scegliere chi curare.  

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«La Regione ha emesso un documento chiaro su quali pazienti destinare alla terapia intensiva e quali no – prosegue Paolo -. Il protocollo è stato seguito alla lettera fino a fine aprile, perché c’era il timore che i posti non bastassero e non essendoci più personale disponibile non si poteva neppure ipotizzare un aumento. Inoltre, si era visto che la mortalità sopra i settant’anni  in pazienti con più patologie era molto alta. Non nego che qualche paziente si sarebbe potuto salvare, però questa è stata una decisione regionale che noi medici abbiamo dovuto rispettare».

Una soluzione difficile da accettare, ma Paolo ci fa capire che in Svezia funziona così: «Qui c’è più fiducia nelle istituzioni, rispetto all’Italia; quindi pochi hanno messo in discussione la decisione medica. Poi ci sono stati casi dove i famigliari hanno sollevato la questione e l’Istituto svedese contro la malasanità (IVO) ha aperto un’inchiesta per capire se ci sono state delle carenze nelle cure».

Oggi, rientrato il pericolo di dover fare selezioni dolorose tra i pazienti, Paolo, dalla terapia sub-intensiva dell’ospedale universitario di Stoccolma, invita a non abbassare il livello di guardia e, nonostante auspichi un ritorno ad una normalità apparente entro un mese, ipotizza una convivenza con il virus ancora per molto tempo: «Ogni giorno noi medici ci ripetiamo che non torneremo alla normalità. Avremo sempre pazienti con il coronavirus per i prossimi due anni, almeno finché non ci sarà un vaccino».

 

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