Mondo 10 Marzo 2020

Coronavirus, Silvestri (Emory University): «Ecco come gli USA si preparano all’epidemia»

Il professore di Patologia, tra gli animatori del Patto trasversale per la Scienza, racconta come gli Stati Uniti stanno vivendo l’epidemia: «Formazione del personale e sanificazione tra le misure messe in campo». Poi sottolinea: «La tendenza degli americani ad essere più “regolari”, insieme al più alto livello di risorse disponibili, può aiutarci a gestire meglio l’emergenza»

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Formazione, disinfezione ambientale, scorte di materiale protettivo, isolamento, gestione dei pazienti. Sono queste le cinque direttrici su cui stanno lavorando gli Stati Uniti per fronteggiare l’emergenza Covid-19. A raccontarlo a Sanità Informazione è Guido Silvestri, professore  e capo dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta e tra gli animatori del Patto trasversale per la Scienza insieme a Roberto Burioni e Pier Luigi Lopalco.

Da Atlanta preferisce non commentare le ultime misure del governo italiano («ho fiducia che siano quelle giuste e che siano basate sul parere degli esperti. Conto soprattutto sul fatto che gli italiani le rispettino senza eccezioni») né intende replicare alle ultime affermazioni del presidente americano Donald Trump che ha contestato i dati sulla mortalità da coronavirus dati dall’OMS. «Di quello che pensa il presidente Trump mi interessa poco», taglia corto Silvestri.

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Anche il paese a stelle e strisce però si trova di fronte ad una epidemia in rapida crescita: ad oggi conta già oltre 500 casi e diversi sono gli Stati federali che hanno deciso di proclamare l’emergenza, ultimo in ordine di tempo quello di New York. «Stiamo puntando molto sulla preparazione a livello di strutture sanitarie – sottolinea il professore -. Per preparazione si intende training di tutto il personale, da medici, infermieri e tecnici di laboratorio fino a cuochi, autisti e portantini; isolamento di casi sospetti e confermati per evitare contagi intra-ospedalieri; mantenere scorte di materiale protettivo (mascherine, guanti, grembiuli etc) e disinfettanti; sapere come gestire i pazienti (dove metterli, quali strumenti usare, come pulirli, etc); costante opera di disinfezione ambientale (superfici, pavimenti, letti etc)».

Silvestri tiene quasi quotidianamente un bollettino sulla sua seguitissima pagina Facebook, in cui con tono sobrio ed equilibrato cerca di fare il punto della situazione e illustra spesso la situazione americana. Sempre sul proprio social ha smentito la notizia circolata nei giorni scorsi che il test per verificare la positività negli USA costi 3mila dollari: «Una bufala colossale, almeno da noi».

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«Al momento c’è molta calma – spiega Silvestri -. Credo anche che l’americano medio, in generale, sia meno “furbo” dell’italiano medio, e lo vediamo da piccoli comportamenti quotidiani come il rispettare le file, fermarsi allo “stop”, arrivare puntuali ad un appuntamento… chissà che questa mancanza di furbizia adesso non diventi una benedizione. Inoltre a livello “macroscopico” gli americani tendono a prepararsi e ad organizzarsi meglio degli italiani, che sono invece bravissimi nelle emergenze e nell’improvvisazione. È possibile che in questa situazione la tendenza degli americani ad essere più “regolari”, insieme al più alto livello di risorse disponibili, possa aiutarci a gestire meglio l’epidemia. Staremo a vedere nei prossimi giorni».

Se la speranza a medio-lungo termine è rappresentata dal vaccino («ma ci vorrà almeno un anno prima che sia pronto e testato»), nel breve periodo si guarda ad alcuni farmaci: «La scienza è già al lavoro in modo molto aggressivo – sottolinea il professore -. Si stanno sviluppando nuovi farmaci antivirali, come il Remdesivir, e farmaci che bloccano il recettore cellulare utilizzato da questo coronavirus. Poi ci sono anche farmaci che limitano la grave sindrome infiammatoria che colpisce le vie aeree, la cosiddetta “tempesta delle citochine”». Silvestri ha voluto poi rivolgere «un enorme grazie» a tutti gli operatori sanitari in prima linea: «Sono momenti duri, durissimi, ma sono convinto che ce la faremo».

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