Lavoro 28 Aprile 2020 12:24

Il sacrificio emotivo dei sanitari, Berardi (W4O): «Il 70% teme di contagiare la famiglia, il 30% ha cambiato casa»

C’è chi non ha contatti con i figli da più di due settimane, oltre le metà è in difficoltà con spesa, babysitter e badanti. La vicepresidente di Women For Oncology Italy racconta: «Non solo eroi, camici bianchi visti come fonte di pericolo»

di Gloria Frezza
Il sacrificio emotivo dei sanitari, Berardi (W4O): «Il 70% teme di contagiare la famiglia, il 30% ha cambiato casa»

Non solo stress da corsia. Per gli operatori sanitari anche la paura di portare il virus a casa è una compagna fissa. Così, oltre a vedere il lato più difficile del Covid-19, si trovano costretti a vivere più lontani possibile dai loro affetti. Per la prima volta in Italia, un’indagine gestita da Women For Oncology Italy racconta i disagi dei camici bianchi tra le mura di casa. Il campione, 600 soggetti, raccoglie tutte le professioni sanitarie: specializzandi, infermieri, oss e una maggioranza del 73% di medici specialisti. Di questi il 74% è donna. A Sanità Informazione ne ha raccontato i risultati la professoressa Rossana Berardi, direttrice della Clinica Oncologica dell’Università Politecnica delle Marche (Ospedali Riuniti di Ancona) e vice-presidente di W4O Italy.

Non c’è dubbio, anche i sanitari hanno paura. L’83% degli intervistati ritiene di essere a maggior rischio di contagio rispetto alla popolazione generale e il 72,5% che i propri familiari siano più a rischio. «La nostra survey è la prima che fotografa il dato sociale – spiega la professoressa Berardi – e ci ha permesso di notare come il prezzo pagato dai sanitari sia importante sia dal lato professionale che da quello emotivo. L’impatto sul sonno, sull’alimentazione e sulle funzioni vitali del lavoro che ora è richiesto ad ognuno è una spia del risentimento fisico e del disagio sociale in atto».

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I dati parlano chiaro, il 55% del totale racconta di stare riscontrando un cambiamento nella propria vita famigliare, cui si aggiunge il 16% che risponde “abbastanza”. Il 43% dei coinvolti ha cambiato la propria condizione abitativa. Nel 28% dei casi i professionisti hanno cambiato abitazione per evitare di contagiare i propri cari, nell’8% a trasferirsi è stata la famiglia, nel 7% i soli figli. Un terzo degli intervistati non vedeva i figli da oltre 14 giorni, oltre l’80% i genitori anziani.

Un sacrificio che gli operatori sanitari fanno in silenzio, per proteggere coloro che amano, rimanendo in una condizione di isolamento dentro e fuori il contesto lavorativo. Nel 48% dei casi la struttura sanitaria di lavoro non ha fornito aiuto nel trovare una nuova sistemazione, ma quando l’aiuto c’è stato sono state allestite aree inutilizzate dello stesso ospedale (39%) o preparate stanze d’hotel.

Difficoltà che si palesano in ogni aspetto della vita quotidiana. Più della metà dei partecipanti rivela di aver avuto problemi nel fare la spesa, il 23% di non essere riuscito a trovare una babysitter o una badante (10%). «Non è cosa peregrina – racconta Berardi –, tutti abbiamo avuto collaboratori che hanno avuto difficoltà da questo punto di vista. La figura del professionista sanitario è vista come un eroe da un punto di vista, ma è ritenuta anche una fonte di pericolo». Si pensi all’episodio di Lucca, l’ultimo di una serie, in cui un’infermiera di ritorno dal turno si è vista accogliere da un biglietto dei condomini: “Grazie per il Covid che ci porti tutti i giorni”.

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Ancora una volta, il paragone con i soldati in trincea sembra il più azzeccato. «Se ci pensiamo siamo tutti bardati come se indossassimo un’armatura – racconta la vicepresidente – e viviamo il Covid come un nemico silenzioso e difficile da inquadrare. C’è un’atmosfera che non fa pensare a serenità e pace, essendo tutti in tensione e in allerta».

Ai reparti Covid si arriva tutti per la prima volta, impreparati inizialmente all’impatto che si andrà a subire. La survey di W4O rivela, da questo punto di vista, come un quarto dei coinvolti si trovi attualmente ad essere stato trasferito o riallocato in una struttura messa a punto per l’emergenza. Il 33% rivela di non essere stato sufficientemente informato e formato sulla gestione del paziente e le nuove mansioni, cui si aggiunge un 26% di “non saprei”. Non sempre i sanitari si sono sentiti protetti. Un 24% rivela di non aver fatto il tampone e, nel caso degli asintomatici, globalmente un 40% è stato monitorato. C’è poi un 31% che denuncia l’inefficacia dei dispositivi di protezione individuale forniti dalla propria struttura.

«Ci deve far pensare come più della metà delle persone non abbia avuto la percezione di una formazione adeguata – racconta la professoressa Berardi –. È vero che questa pandemia è stata terribilmente veloce nel modificare l’assetto delle strutture ospedaliere e delle realtà assistenziali. Per certi versi è già stato un miracolo che si sia riusciti a gestire. È emersa una eterogeneità, che è evidente anche in merito all’incidenza della mortalità, nella capacità di riorganizzarsi o nelle tempistiche nelle diverse regioni. Ognuno di noi ha esperienze completamente diverse».

La professoressa Berardi per la Fase 2 insiste sulla necessità di identificare e isolare i positivi, insieme al potenziamento delle realtà territoriali in supporto di quelle ospedaliere. «La situazione va costantemente monitorata – chiarisce –. Chi accede alle strutture deve essere considerato positivo fino a prova contraria. La criticità più grande saranno i casi grigi, con situazione clinica sospetta ma tampone negativo. Anche se attrezziamo ospedali con terapie intensive che possano essere adeguate per le persone, dovremmo intercettare il problema prima che diventi così grave. Il territorio in questo deve funzionare, sono partite le USCA ma molto in ritardo, perciò dovranno essere fondamentali nella Fase 2».

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Con questa indagine W4O torna a sottolineare l’importanza di aiutare i sanitari a gestire questa emergenza in tutti gli aspetti, anche i più comuni. Il sacrificio di andar via dalla famiglia e non riuscire neppure a fare la spesa è spesso percepito ancor più grande rispetto a quello fatto nei lunghissimi turni di lavoro. «Se non prendiamo in considerazione questa problematica, ci troveremo ad aver magari gestito la pandemia ma ad aver mandato in burnout tutti gli operatori, che non potranno essere utili in un momento successivo» delinea Berardi.

Il 75% di chi lavora nella sanità italiana è composto da donne, conclude la professoressa. La survey in questo senso riflette la situazione nazionale e di conseguenza i disagi che si stanno affrontando. «Nonostante questo – puntualizza Berardi – quando si costituiscono le commissioni che dovrebbero portare un contributo nel risolvere l’emergenza, le donne scompaiono. Nel Comitato tecnico scientifico per il Covid-19 ci sono 21 uomini e neanche una donna. Come W4O riteniamo che, essendo per necessità le donne più presenti sul campo, possa esserci più di una donna meritevole per far parte di questo organo, per arrivare insieme a una soluzione per tutti».

 

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