Lavoro 23 Giugno 2020

Bonus Covid, Bonazzi (FSI-USAE): «Differenze tra regioni inevitabili. Ora serve rivalutazione stabile dei fondi contrattuali per gli incentivi»

Il segretario generale della Federazione Sindacati Indipendenti Adamo Bonazzi chiede per gli operatori del comparto anche il riconoscimento dell’infermità da malattia infettiva: «Urgente una revisione della rete territoriale e della rete di emergenza»

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«Durante l’emergenza Covid-19 tutti si sono scandalizzati per il fatto che l’infermiere che ha fatto turni di 12 ore in tuta spaziale prendesse solo 1500 euro. Ora le regioni stanno provvedendo all’erogazione dei bonus e ne siamo felici. Ma non basta. Non ci si può ricordare del personale sanitario solo durante l’emergenza». Adamo Bonazzi, segretario generale della FSI–USAI (Federazione Sindacati Indipendenti – Unione Sindacati Autonomi Europei) guarda positivamente alle iniziative delle regioni per l’erogazione dei bonus agli operatori in prima linea ma sottolinea come tutto ciò vada inquadrato in un discorso di lungo respiro che non sia legato solo al particolare momento che stiamo vivendo. Del resto le implementazioni delle risorse aggiuntive regionali (RAR) per tutto il personale erano un cavallo di battaglia del sindacato, ma solo una parte di un decalogo indirizzato alle regioni che prevede anche altri punti come tamponi e sorveglianza sanitaria per medici e professionisti sanitari, una nuova classificazione del personale che dia spazio alle nuove professioni, l’adeguata fornitura dei Dpi.

«Per noi c’è un problema di dignità generale, basta con i provvedimenti una tantum. Noi abbiamo chiesto un riconoscimento di almeno duemila euro subito pro capite per gli operatori in prima linea, che fosse riconosciuta l’infezione da Covid-19 fra le cause di infortunio sul lavoro e malattia professionale per tutto il personale in prima prima linea, una rivalutazione stabile dei fondi contrattuali degli incentivi. Solo così si affronta il problema nella sua interezza», sottolinea Bonazzi a Sanità Informazione. Il sindacalista non è preoccupato per le differenze tra regioni nell’erogazione del bonus: la soluzione trovata dal legislatore non è quella di un bonus uguale per tutti (come proposto da diversi emendamenti sia al Cura Italia che al Dl Rilancio) ma di derogare al tetto di spesa e dare la possibilità alle regioni di intervenire sulle varie indennità contrattuali. Con la conseguenza di criteri molto diversi e differenze nelle erogazioni: dalle due fasce del Lazio alle cinque della Lombardia. E al momento solo nove regioni hanno trovato l’accordo con i sindacati.

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«Abbiamo una sanità che è fatta di tante aziende – spiega Bonazzi -. Ogni azienda ha una sua autonomia, è un datore di lavoro e quindi è normale che fermo restando i parametri fissati dal Contratto collettivo nazionale di lavoro poi le migliorie che arrivano dentro l’azienda, in questo caso dentro le regioni, è normale che siano differenti da un lavoro di datore all’altro».

Secondo il Segretario della FSI-USAE, confederazione nazionale che conta oltre 400mila associati con 18 strutture regionali e oltre 75 strutture territoriali ed è sindacato firmatario del Ccnl Comparto Sanità, ora bisogna concentrarsi su due criticità: la rete territoriale e la rete di emergenza-urgenza.

«La verità è che non abbiamo una rete territoriale collaudata – spiega Bonazzi -. Abbiamo dei buoni medici di famiglia ma la loro organizzazione non funziona: lo abbiamo visto in modo macroscopico in Lombardia dove ci sono state condizioni particolari ma è stato così anche nelle altre regioni. Le convenzioni vanno sicuramente riviste».

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Sulla rete dell’emergenza, il segretario FSI-USAE sottolinea come «anche se il sistema ha retto, si è dimostrato che il taglio dei posti letto ha creato delle difficoltà, tanto è vero che abbiamo dovuto mettere in piedi delle terapie intensive straordinarie in tutte le regioni. I tagli che sono venuti dopo la spending review sono stati sicuramente eccessivi. Questa riorganizzazione generale dice chiaramente che per avere una buona sanità bisogna investirci. Avere delle terapie intensive pronte per quando c’è bisogno significa investire e spendere soldi nel momento in cui il bisogno non c’è. E non bastano i posti letto: servono più infermieri, più medici. Non serve una terapia intensiva se poi non c’è un laboratorio che fa le analisi, una radiologia che la sostenga, eccetera».

Ora sta alle regioni elaborare i nuovi piani per implementare la rete territoriale, come previsto nel Dl Rilancio, su cui la FSI-USAE è pronta a confrontarsi e ad offrire il suo contributo: «Stiamo creando nuovi precari e questo è sbagliato perché vuol dire che non abbiamo ben chiaro il futuro che vogliamo. L’infermiere di famiglia è essenziale ma c’è un problema: o si creano le case della salute al cui interno abbiamo le guardie mediche come integrazione rispetto al medico di famiglia o altrimenti come c’è un MMG convenzionato serve l’infermiere di famiglia convenzionato. Abbiamo delle idee ben precise su come riorganizzare la rete territoriale».

 

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