Formazione 10 Aprile 2019

Dall’Italia al Senegal, il racconto del chirurgo Antonia Lisa Petrella: «Piuttosto che aspettare un contratto, ho scelto la cooperazione internazionale»

«La differenza di genere esiste ed io non avevo voglia di fare una guerra che qualcun altro aveva già vinto». Sottolinea il chirurgo milanese che con l’associazione “Step forward” sta lavorando alla realizzazione di una “Casa della Santé” in Senegal

di Federica Bosco

Essere donna e scegliere di fare il chirurgo non è mai facile. Lo sa bene Antonia Lisa Petrella, 36 anni pugliese che dopo aver completato gli studi a Milano ha deciso di mettere la sua formazione al servizio della cooperazione internazionale. Dopo alcune missioni in Kenya, Madagascar, Uganda e Sri Lanka oggi si trova in Senegal per dare vita ad un progetto ambizioso. Con l’associazione “Step forward” di Roberto Iori, sta lavorando alla realizzazione di una “Casa della Santé”, un ambulatorio inserito all’interno di un villaggio per il recupero dei ragazzi di strada. Una scelta coraggiosa che Antonia ha maturato per dare seguito ad un percorso di studi che, altrimenti, in Italia sarebbe rimasto schiacciato tra gli ingranaggi della professione.

Come ha maturato la decisione di lasciare l’Italia?

«Ho studiato a Milano dove l’Università garantisce una formazione ottima, poi ho fatto il test di specializzazione in chirurgia vascolare, sono entrata, ed ho fatto cinque anni di specialità a Milano ruotando in diverse strutture, quindi sono stata assistente in un ospedale milanese e, dopo due anni, sono partita. Oggi sono alla settima missione».

LEGGI ANCHE: «RINASCERE MEDICO IN SENEGAL», DOCUFILM E CORSO ECM SULLA MISSIONE DI EMERGENZA SORRISI E CONSUCLESI ONLUS»

Il ruolo del chirurgo donna è ancora di nicchia, quali sono le difficoltà che ha riscontrato?

«La differenza di genere esiste ed io non avevo voglia di fare una guerra che qualcun altro aveva già vinto. E quindi, piuttosto che stare in Italia ad affannarmi e ad aspettare un contratto decente, pari a quello di un uomo, sono andata via».

Cosa si è portata del suo bagaglio italiano e cosa invece ha imparato in queste terre?

«Quando mi sono affacciata all’estero, mi sono resa conto che le mie competenze non erano sufficienti per affrontare le sfide che mi si proponevano, anche perché si chiedeva una preparazione più trasversale, soprattutto una conoscenza più globale per trattare malattie che in Italia non si conoscono. Allora mi sono rimessa sui libri, ed ho seguito medici senior».

C’è un po’ di discussione in questo periodo in Italia sulla formazione dei medici, c’è chi dice che si dovrebbe togliere il numero chiuso nelle università, che ci sono pochi medici, lei cosa pensa?

«Il vero imbuto è nelle scuole di specializzazione, sarebbe necessario aumentare il numero dei posti in quell’ambito e fare sì che escano più professionisti formati. Il secondo problema è la precarietà del sistema. Sarebbe necessario stabilizzare i chirurghi con un contratto precario, perché non è gestibile oggi il sistema con l’attenzione medico legale che c’è in Italia, per gli specializzandi conviene non fare il chirurgo, e molti oggi stanno rinunciando. Inoltre, ci sono specializzandi che in cinque anni di percorso non hanno mai fatto interventi di media o elevata chirurgia. In più la generazione che ci ha allevato ha completamente abdicato al ruolo di maestro, di tutor».

Con lo sguardo che ha avuto all’estero, cosa si dovrebbe portare in Italia?

«Non dovremmo chiuderci subito in percorsi verticali ultra-specialistici, perché confrontandomi con colleghi svizzeri e francesi mi sono resa conto che hanno una preparazione chirurgica di base molto più ampia della mia a parità di età, mentre noi ci mettiamo in percorsi specialistici ben definiti, e non abbiamo una infarinatura generale che ti consente di non aver paura in alcune situazioni di urgenza».

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