Contributi e Opinioni 28 Gennaio 2019 16:25

La storia del probiotico che doveva curare il cancro

di Johann Rossi Mason – Giornalista Medico Scientifico

di Johann Rossi Mason – Giornalista Medico Scientifico

La vicenda legata ad una proteina ‘magica’ contenuta in un probiotico a cui era stato attribuito il potere di curare cancro e autismo è degna delle migliori spy story. Fa parte di quel filone che chiamo ‘marketing della speranza’ con capitoli che si rincorrono in varie parti del mondo, legati tra loro da medici e faccendieri senza scrupoli. Bugie, processi, condanne e morti sospette hanno fatto gridare al complotto.

L’accattivante storia del GcMAF (sigla di fattore attivante i macrofagi della proteina Gc) esplode come una bolla nell’agosto 2017 quando il sito Snopes.com ha riassunto la ventennale storia del trattamento ormai considerato fasullo. Il proiettile d’argento che avrebbe dovuto debellare malattie gravi e mortali attivando uno specifico tipo di globuli bianchi, non ha retto la prova delle verifiche ufficiali e le pubblicazioni scientifiche che sostenevano artatamente la sua efficacia sono state ritirate dalle riviste.

Ma andiamo per ordine e vediamo come uno scienziato in pensione è riuscito ad accreditare un fantomatico istituto di ricerca e promuovere a furor di web una ‘cura universale per il cancro’ o invertire la storia naturale di malattie come diabete, herpes e autismo. Sul sito di cure Natural News la terapia ‘potenziale’ cattura l’interesse di alcuni imprenditori israeliani che nel 2009 acquistano la proprietà intellettuale del trattamento. Nel 2010 le aziende che producono e distribuiscono i prodotti a base di proteina GcMAF sono tre. Una è la Immuno Biotech Ltd di David Noakes che finisce in tribunale per rispondere ad accuse che vanno dalla produzione di farmaci senza licenza a cospirazione. Migliaia di pazienti vi affidano le loro speranze nonostante il trattamento non sia mai stato approvato dalla Food and Drug Administration. Nel 2015 le autorità stringono le maglie dei controlli, ma sfuggire, nel web, non è così difficile, bastano alcuni accorgimenti e il ricco mercato si sposta in un fitto sottobosco di bit dove persone e dollari sono però reali.

Il florido mercato riceve un ulteriore impulso dalla notizia che i ricercatori che lavoravano alla proteina sono stati trovati uccisi, animando l’ipotesi di un complotto in cui GcMAF è la cura naturale osteggiata dalle lobby delle multinazionali del farmaco. Naturale perché, almeno sulla carta, stimola una molecola presente nel sangue umano che attiva i macrofagi, le cellule del sistema immunitario che agiscono come soldati armati sino ai denti contro l’ingresso di patogeni.

Alla base l’intuizione del dottor Nobuto Yamamoto (oggi ultra 90enne) è che le cellule cancerose blocchino l’attività dei macrofagi rilasciando l’enzima Na Galasi rendendo le difese armi spuntate. Con GcMAF invece l’enzima verrebbe neutralizzato restituendo vitalità ai macrofagi.

Sarebbe però sbagliato liquidare lo scienziato come un ciarlatano: il suo curriculum di tutto rispetto vantava pubblicazioni sulle più importanti riviste internazionali. Durante il suo incarico alla Hahnemann University School of Medicine pubblicò su Cancer Research l’articolo che sarebbe diventato il pilastro delle teorie sul GcMAF. Nel 1993 si trasferisce all’Einstein Medical Centre di Philadelphia dove la proteina diventa il centro dei suoi interessi. Nel 1999 l’istituto privato si libera di lui con una accusa di ‘cattiva condotta’ che porta ad una lunga scia di controdenunce e carta bollata, finite infine in un accordo stragiudiziale. Chiusa una porta si apre un portone e Yamamoto diventa direttore di un certo Istituto Socrates che si scoprirà essere domiciliato a casa sua. Nel 2006 torna agli onori della cronaca scientifica con ben 4 paper sul ruolo di NaGalasi nella lotta contro Aids e cancro sino ad affermare, dalle pagine dell’International Journal of Cancer, che l’uso di GcMAF, aveva consentito la scomparsa di metastasi in alcuni casi di cancro al seno, mentre nel 2009 si spinge a riportare la guarigione di alcuni pazienti dall’HIV.

Affermazioni importanti che non sono sfuggite agli esperti di Anticancer Fund, una ONG belga che vigila sulle terapie anticancro a tutela dei pazienti. I ‘cani da guardia’ quindi si sono messi al lavoro per studiare meticolosamente i bias delle ricerche, presto individuati in un grossolano errore metodologico: affidare alla sola presenza dell’enzima nel tumore l’efficacia delle cure oltre alla sostanziale assenza di ricerche di altri gruppi sull’argomento. Inoltre gli studi erano condotti su un numero limitato di pazienti che avevano già ricevuto trattamenti standard per la loro malattia, il che rendeva praticamente impossibile attribuire l’efficacia del trattamento a uno o all’altro rimedio. Inoltre le ricerche erano viziate dalla mancanza di un gruppo di controllo senza indicazioni e stadiazioni del tumore ne follow up.

Per non parlare dell’inguacchio costruito dallo scienziato per avvalersi di un consiglio di revisione istituzionale, passaggio necessario per l’ammissione alla revisione da parte delle riviste e garanzia del corretto svolgimento delle ricerche. A capo del consiglio un certo Hirofumi Suyama, oggi deceduto, che non aveva rapporti con Yamamoto da anni nonostante lui firmasse documenti col suo nome. Il che fa sospettare che anche i controlli delle riviste sono talora carenti se non proprio assenti.

Fermamente convinto dei suoi risultati, l’anziano scienziato vende brevetti e proprietà intellettuale a Efranat Macrofage nel 2009 a cui segue la nascita della già citata Immuno Biotech che fa capo a David Noakes, questi prima mette a reddito la scoperta ma poi si rende irreperibile e fugge dall’Inghilterra mentre il medico Jeffrey Broadstreet si toglie la vita proprio durante una perquisizione nella clinica da parte dei funzionari dell’FDA.

Eppure oltre 10mila persone hanno accettato di spendere sino a mille dollari al mese per la cura, genitori convinti di salvare i figli dall’autismo così come riportato anche dalla BBC.

Solo qualche mese fa Noakes ha ammesso in tribunale di non avere alcun background scientifico ma anche che molti clienti da tutto il mondo avevano confermato l’efficacia della terapia. Il multimiliardario si è così guadagnato una condanna a 12 mesi di reclusione per aver venduto oltre 120 mila dosi in due anni e le autorità hanno sequestrato più di 10mila fiale per un valore di circa 5,5 milioni di sterline. Il mercato della speranza rende bene.

di Johann Rossi Mason – Giornalista Medico Scientifico

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