Diritto 8 novembre 2016

“Reato di cura”, la vera storia del medico accusato ingiustamente

Oncologo milanese accusato e assolto per la morte di una ragazza scrive un libro per raccontare la sua storia. «Così non si può andare avanti. Una vicenda che mi ha lasciato cicatrici dolorose e mi ha fatto riflettere profondamente sulla necessità di cambiare le cose»

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In Italia il sistema che regola sanità e giustizia lascia a desiderare. A testimoniarlo uno studio pilota condotto in Lombardia, Marche, Sicilia e Umbria, dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e il Ministero della Salute che hanno intervistato quasi 1.500 medici ospedalieri: 6 su 10 hanno ammesso di praticare la medicina difensiva per coprirsi le spalle nei confronti dei pazienti che sempre con maggior frequenza e talvolta con leggerezza, si rivolgono ai tribunali. Questo pesa sul sistema, infatti le scelte cliniche risultano influenzate dal timore del medico che prescrive più esami per tutelarsi anziché per effettive necessità. Punto di vista condiviso anche da Pietro Bagnoli, chirurgo oncologo milanese coinvolto in un’inchiesta, insieme alla sua equipe medica, per la morte di una ragazza. Nonostante Bagnoli insieme alla sua squadra, sia stato assolto in primo grado e nuovamente assolto in appello, questa vicenda ha rappresentato per lui una macchia indelebile, non solo nella sua carriera professionale ma anche nella sua vita privata tanto da spronarlo a raccontare la sua storia in un libro intitolato ‘Reato di cura’ (Sperling & Kupfer).

«A seguito della tragica morte di una paziente, una giovane donna precedentemente sottoposta a gastrectomia per un tumore dello stomaco purtroppo avanzato, sono stato coinvolto in un processo penale in cui mi sono dovuto difendere da accuse ingiuste e basate su presupposti profondamente sbagliati» racconta l’oncologo milanese. «Anche se sono stato assolto assieme ai miei colleghi in due gradi di giudizio ‘perché il fatto non sussiste’, questa vicenda triste e difficile mi ha lasciato cicatrici dolorose e mi ha fatto riflettere profondamente sulla necessità di cambiare lo stato delle cose, perché così non si può andare avanti». Bagnoli spiega di essere rimasto colpito in particolare dalla scarsità di contenuti scientifici nelle accuse rivolte nei suoi confronti e dalla «mancanza di riferimenti a una bibliografia attuale o, più semplicemente, a evidenze e raccomandazioni che esistono, sono condivise a livello mondiale e che, qualora previamente consultate, avrebbero evitato le spese terribili di un processo penale».

«Il cambiamento deve partire in primis da noi medici: è un dovere morale» spiega Bagnoli che mette l’accento sull’importanza di valutare prove scientifiche attendibili nel caso in cui venga accusato il personale sanitario perché «un giudice deve avere fra le mani gli elementi adeguati e incontrovertibili per poter formulare una giusta accusa, e ciò adesso succede molto raramente perché i medici che fungono da consulenti non si basano quasi mai su presupposti scientifici seri. Oggi abbiamo la possibilità di usare questi presupposti: ci sono, basta volerli consultare, anche se è faticoso». «Se daremo noi medici per primi un segno concreto di voler cambiare, – prosegue –  utilizzando un approccio più scientifico e documentato alla materia, avremo fatto sentire la nostra voce molto meglio che non protestando in modo sterile».

In merito alla responsabilità professionale, proprio in questi giorni, la Commissione Senato ha approvato il Disegno di legge Gelli. Il Ddl avrebbe fra gli scopi principali quello di far lavorare più serenamente i medici, abbattendo i rischi ed i costi della medicina difensiva. «Io spero si vada in questa direzione – commenta Bagnoli – Lo spero proprio, anche se non ne sono del tutto convinto». «È un bene, per esempio, che si inizi a parlare di ‘depenalizzazione’ della colpa medica se non per la cosiddetta ‘colpa grave’ è un male che invece tuttora non si delineino in modo chiaro i limiti della suddetta “gravità” della colpa, che era il problema di cui sentivo parlare quasi trent’anni fa, all’Università, alle lezioni di Medicina Legale. Non solo, si parla di ‘linee guida’, ma non c’è ancora un’indicazione su chi debba tracciare tali linee. Perché cambi un atteggiamento, occorre che tutte le componenti coinvolte siano profondamente convinte di voler cambiare. Non solo i medici, quindi, ma anche pazienti, avvocati, giornalisti. Temo che sarà un processo lungo e difficile».

 

Per approfondire leggi anche Ddl Gelli, ecco cosa cambia. Macrì (Federsanità): «Attenuata responsabilità per il medico, non favoritismo ma necessità»

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