I “dolori” del giovane medico di famiglia. «C’è disparità con gli specializzandi ma la medicina generale è ancora una vocazione»

Sanità Informazione ha incontrato alcuni studenti del corso di formazione di medicina generale. Ci hanno raccontato perché hanno scelto questa strada, nonostante le disparità di trattamento rispetto agli specializzandi, e quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra specialità e medicina del territorio

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Le attività seminariali di una delle aree didattiche romane in cui è suddiviso il corso di formazione di medicina generale si svolgono nel padiglione 17 di Santa Maria della Pietà. I locali dell’ex manicomio provinciale. In un luogo bucolico che una città come Roma raramente offre, i padiglioni si nascondono tra alberi secolari, che contribuiscono a rendere il parco in cui sono immersi ancor più misterioso e affascinante. Ed è sicuramente una coincidenza che i giovani che vogliono diventare medici di famiglia debbano venire proprio qui a studiare. Additati come ‘pazzi’ da molti, passano due pomeriggi a settimana dove coloro che erano ritenuti veramente matti trascorrevano lunghi periodi della loro vita.

Chi inizia il corso di formazione di medicina generale è consapevole delle disparità di trattamento economico, fiscale e assicurativo che subisce rispetto ai colleghi specializzandi. Conosce le difficoltà che incontrerà nel suo percorso e sa che l’assistenza primaria in Italia è sottovalutata rispetto alla medicina specialistica. Eppure, basta parlare con questi giovani medici e scoprirne l’entusiasmo e la voglia di aiutare per avere la conferma che chi dice «ma chi ve lo fa fare» si sbaglia di grosso.

Nelle parole di due studentesse del primo anno di corso è evidente quella che molti chiamano “vocazione”. Quando chiediamo loro perché vogliono diventare medici di famiglia, la risposta sorprende più di quanto dovrebbe: «La medicina generale – ci dice Michela Guiducci – ti dà l’opportunità di iniziare a seguire un paziente da piccolo, vederlo diventare padre e magari nonno, e nel frattempo conoscere e curare sua moglie e i suoi figli. È un lavoro pieno di sfaccettature, e non c’è niente di più bello».

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Poi c’è anche chi avrebbe voluto seguire una specializzazione, ma è entrata a medicina generale e ha deciso di continuare. Come Adriana Giuffrida: «La mia è stata una seconda scelta, avrei voluto fare psichiatria. Poi però sono entrata qui e ho pensato che potesse essere interessante. Ed effettivamente, a tre mesi dall’inizio, mi sento di dire che è un percorso formativo utile. Io so che l’assistenza primaria in Italia sia un po’ sottovalutata rispetto alla medicina specialistica, ma secondo me invece è una risorsa».

Si insinua allora la distanza tra due mondi, la specialità e la medicina generale, che, seppur lontani, sono due facce della stessa medaglia, come sottolinea il coordinatore dell’attività seminariale per l’area RM1 Massimo Sabatini: «Noi siamo la medicina del territorio, quella che è vicina ai pazienti tutti i giorni; quella degli specialisti è la medicina delle acuzie. Ed è fondamentale, per la salute del paziente, non far perdere loro l’altra metà della medaglia».

Ma la differenza tra specialisti e medici di famiglia inizia dal periodo della formazione e si concretizza nell’importo della retribuzione delle due categorie: circa a 26mila annui per gli specialisti; 11mila per i medici di medicina generale. «È indubbio che il trattamento economico sia molto diverso – commenta la dottoressa Giuffrida –. È una differenza di cui risentiamo e di cui si deve tener conto quando si fa questa scelta. Però io ci tengo che questa non diventi una lotta tra specialisti e medici di medicina generale». Onesta la spiegazione che dà la dottoressa Guiducci: «La differenza sta nei ritmi di lavoro. Noi al massimo possiamo fare sostituzioni in guardia medica, mentre lo specializzando ha dei ritmi di lavoro molto più impegnativi. Sicuramente potrebbero aumentare un po’ la nostra borsa di studio, però – concorda con la collega – non dobbiamo scontrarci con gli specializzandi».

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Ovviamente, però, un po’ di soldi in più farebbero comodo a chiunque. Perché, allora, non intraprendere un ricorso per richiedere il risarcimento di quanto è negato ai medici di base e concesso invece agli specializzandi? «Sappiamo – rispondono le studentesse – che adesso stanno iniziando a pagare gli specializzandi che hanno frequentato gli ultimi anni di specializzazione non pagata. I tempi sono quindi molto lunghi. Magari faremo ricorso, ma per adesso non è una cosa a cui stiamo pensando».

Per equiparare i giovani MMG agli specializzandi, molti auspicano il passaggio del corso di formazione di medicina generale, che attualmente è su base regionale, a corso di specializzazione universitaria. Contrastanti i giudizi delle due ragazze: «Per certi aspetti sarebbe un’ottima idea – risponde Adriana Giuffrida -, perché il confronto con il mondo universitario è utile. D’altra parte non bisogna dimenticare che la medicina generale si fa sul territorio». «Il territorio è fondamentale – le fa eco Michela Guiducci – e noi già collaboriamo con delle strutture ospedaliere che ci offrono opportunità formative importanti. Le università in più hanno sicuramente la ricerca e dei professori forse più formati per l’insegnamento».

«Sicuramente – interviene il Professor Sabatini – il corso potrebbe essere gestito con la collaborazione degli universitari, ma una forte caratterizzazione della medicina generale deve rimanere, perché ha delle peculiarità che solo chi fa questo lavoro conosce. Noi coordinatori cerchiamo di far diventare gli studenti, che sono già medici, bravi medici di medicina generale, che è un’altra cosa – aggiunge -: ci sono delle esigenze e delle particolarità che ad esempio un ospedaliero o un universitario non conosce. Riuscirci, con le difficoltà burocratiche che abbiamo, non è sempre facile, però ce la stiamo mettendo tutta. Stiamo ad esempio cercando di uniformare il programma didattico delle quattro aree romane per offrire un pacchetto formativo uguale per tutti, e piano piano ci stiamo riuscendo».

Un percorso formativo, quello di questi ragazzi, che non si svolge solo dietro i banchi di una classe: le attività seminariali e le lezioni teoriche occupano solo due pomeriggi a settimana. Poi, cinque giorni di attività pratica in ospedale, presso dei tutor di medicina generale o alle Asl. Ed è sempre con entusiasmo che le due giovani dottoresse raccontano le loro esperienze: «A gennaio – inizia Adriana Giuffrida – ho iniziato a lavorare al Pronto soccorso del San Filippo Neri e in tre mesi ho imparato tantissime cose pratiche che secondo me vengono trascurate duranti i sei anni dell’università: dall’ago cannula al catetere o all’emogas, sono piccole cose quotidiane per i medici dei Pronto soccorso con cui però dobbiamo prendere confidenza anche noi. E poi il Pronto soccorso è molto utile per capire dove il territorio funziona meno bene. Bisognerebbe capire perché, ad esempio, il paziente cronico viene in Pronto soccorso».

Michela Guiducci sta invece lavorando in una Asl, dove «si impara un mondo. Entriamo in contatto con cardiologia, pneumologia, endocrino, diabetologia o nutrizionismo. C’è tanta disponibilità ad insegnare ed è veramente una bella esperienza. Poi – conclude – noi siamo sicuramente capitate bene, ma questo è un corso che lascia molto liberi, e se vuoi imparare tanto, puoi imparare tanto».  Che dite, sono veramente pazzi questi ragazzi?

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