Sanità internazionale 28 agosto 2018

Vaccini, perché in Italia sono obbligatori e in altri Paesi no? Lo spiega Rezza (ISS) sul British Medical Journal

«Non è irragionevole che il governo italiano consideri la possibilità di rivedere l’obbligatorietà dei vaccini. Ma qualunque modifica dovrebbe essere guidata da evidenze scientifiche, supportata da investimenti adeguati e valutata con attenzione, non affrettata con tanta urgenza». Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, interviene sulla questione vaccini con un lungo […]

«Non è irragionevole che il governo italiano consideri la possibilità di rivedere l’obbligatorietà dei vaccini. Ma qualunque modifica dovrebbe essere guidata da evidenze scientifiche, supportata da investimenti adeguati e valutata con attenzione, non affrettata con tanta urgenza». Giovanni Rezza, direttore del dipartimento malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, interviene sulla questione vaccini con un lungo articolo pubblicato nella sezione “opinioni” del British Medical Journal.

Spiegando ai colleghi d’Oltralpe cosa sta avvenendo in Italia e perché le vaccinazioni sono un tema così caldo e protagonista della scena politica, mette in relazione sin dal titolo le evidenze scientifiche e le controversie politiche. Inizia poi con una frase divenuta ormai nota a chi negli ultimi tempi si occupa dell’argomento: «I vaccini sono le vittime del loro stesso successo. Grazie a loro – scrive Rezza – l’incidenza di molte malattie è diminuita, alcune patologie sono scomparse. Ma in questo modo, si è diffusa la percezione che le malattie combattute dai vaccini non sono rischiose, dando vita a riluttanza o rifiuto nei confronti delle vaccinazioni».

Intanto, però, l’emergenza morbillo in Europa è una realtà, come confermano i dati pubblicati recentemente dall’Organizzazione Mondiale della Sanità secondo i quali nel 2018 è stato raggiunto il record di casi rispetto agli ultimi 10 anni. Ecco perché, come scrive il Professore, «non possiamo restare indifferenti davanti all’aumento del sentimento antivaccinista».

Rezza prosegue il suo articolo ricordando le tappe che hanno portato il governo precedente ad adottare la Legge che ha introdotto l’obbligo vaccinale in Italia: l’abbassamento delle coperture, gli effetti positivi dell’obbligatorietà riscontrati ad esempio in California e, soprattutto, l’inefficacia di sistemi non coercitivi in un contesto sociale e culturale come quello italiano.

Quindi, il dibattito sempre acceso tra chi ritiene prioritario il principio della libertà individuale e chi quello della protezione della comunità; i risultati positivi dei primi mesi di applicazione della Legge sull’obbligo vaccinale che ha consentito l’aumento della copertura dell’esavalente e del trivalente rispettivamente del 1,2% e del 4,4%. Infine, il dibattito in campagna elettorale, il cambio di governo, il favore nei confronti dei vaccini ma la contrarietà all’obbligo, l’introduzione delle autocertificazioni e le varie proposte di obbligo flessibile.

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«Mantenere alte coperture vaccinali senza coercizioni sarebbe l’ideale – scrive il professor Rezza – ma nel contesto italiano attualmente ciò è difficile, a causa della bassa alfabetizzazione sanitaria, un’alta percentuale di genitori riluttanti nei confronti dei vaccini (secondo un sondaggio del 2016 condotto su oltre 3mila genitori lo 0,7% era antivaccinista e il 16% riluttante) e, infine, una forte pressione mediatica condotta dal movimento no-vax».

«Inoltre, come già detto – prosegue – grazie alla Legge le coperture vaccinali stanno aumentando. Per questo motivo, sarebbe saggio mantenerla finché non sarà raggiunta la copertura di gregge contro il morbillo e non saranno assicurate alte percentuali di vaccinati contro tutte le altre malattie».

«Ad ogni modo – conclude Rezza – è importante che qualunque decisione sull’introduzione di un sistema non coercitivo venga presa in considerazione di valutazioni sui costi e benefici. Il successo delle diverse strategie vaccinali è legato al contesto geografico e culturale di un Paese e queste valutazioni devono tenerne conto».

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