Sanità internazionale 12 febbraio 2019

La lettera di un medico stressato: «Il mio lavoro sta prosciugando la mia umanità»

«L’ultimo tuo contatto umano, poco prima che le tue condizioni peggiorassero velocemente e morissi, è stato con un medico stressato e distaccato, che ha interrotto il tuo ricordo felice. Ti chiedo scusa, ma la colpa non è mia»

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«Chiedo scusa a te, che prima di morire hai visto un medico stressato e stanco. Mi dispiace che te ne sia andato prima che io abbia avuto l’opportunità di ascoltare la tua storia. Mentre cercavo di farti un prelievo, provavi a raccontarmi di quel tuo giorno speciale di 30 anni fa. Ti ho dovuto interrompere a metà, perché c’erano altri cinque pazienti che mi stavano aspettando per il prelievo,e altre 31 persone avevano bisogno di me per compiti urgenti e critici che servivano a tenerli in vita, e aiutarli a guarire. Ti ho promesso che sarei tornato più tardi ad ascoltarla, quella storia che ti rendeva così orgoglioso, ma poi non ho avuto il tempo. E nemmeno tu. L’ultimo tuo contatto umano, poco prima che le tue condizioni peggiorassero velocemente e morissi, è stato con un medico stressato e distaccato, che ha interrotto il tuo ricordo felice. Ti chiedo scusa, ma la colpa non è mia».

Sono le prime righe di una lettera anonima scritta da un medico inglese al Guardian. È uno di quei casi in cui poche parole diventano ‘virali’, e vengono condivise da migliaia di persone. È il racconto di un medico «stressato e carico di lavoro», consapevole di star perdendo il suo senso di umanità nei confronti dei suoi pazienti, costretto a turni massacranti, a continui straordinari, a freddezza e distacco per correre da una parte all’altra della corsia. Che non ha il tempo «per ridere o rispondere alle battute sul cibo o sulla vista dalla finestra», e che al massimo può concedere «un sorriso tirato», ma poi deve scappare via.

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«Ricordo la moglie di un paziente con una malattia incurabile, che voleva a tutti i costi che qualcuno lo salvasse. Io avrei voluto ascoltarla attentamente, mentre mi raccontava del loro primo incontro, a 18 anni, e dei loro tre figli, e di tutte le attività che avevano pianificato una volta andati in pensione. Progetti che purtroppo non avrebbero mai visto la luce. Ma sentivo la metà delle cose che mi diceva. In realtà, stavo pensando agli esami di cui avevo bisogno e ai risultati di analisi che stavo aspettando. Sono costretto a scegliere tra salvare i miei pazienti e i loro cari o mostrar loro compassione. Ed è una cosa terribile, e mi dispiace tremendamente».

«Devo darmi delle priorità – continua la lettera -, nel curare i pazienti. E anche così, è quasi impossibile per i pochi medici di guardia riuscire a stare dietro ai bisogni di tutti. Siamo così carichi di lavoro che ogni attività extra, come una semplice conversazione, è un lusso che non possiamo permetterci. E nonostante io non abbia nemmeno un minuto di pausa nel corso della mia giornata, alla fine del mio turno non riesco mai ad andare via avendo finito tutto quello che dovevo fare».

«Non sono sgarbato, ma tremendamente dispiaciuto per le conseguenze del fallimento del sistema. Forse questo lavoro ha prosciugato la mia umanità, ma non posso sentirmene in colpa. Gli straordinari che scelgo di fare, gli incontri di famiglia a cui devo mancare o le uscite con i miei amici che sono costretto ad annullare all’ultimo minuto cercano di tenere a bada il mio senso di colpa».

«Sono fiero del mio lavoro – conclude -, ma la mia capacità di essere in sintonia con coloro che vivono nei letti del mio ospedale le loro ultime ore di vita è continuamente messa alla prova. E per una persona che ha scelto di diventare un medico per curare e prendersi cura degli altri, questo è un qualcosa che è impossibile da accettare».

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