Salute 12 Giugno 2020

Viaggio alla scoperta dell’hotel Michelangelo di Milano: quarantena a quattro stelle per guarire dal Covid

Comune, ATS, Prefettura e Cooperativa Proges le anime di un percorso ad ostacoli per un centinaio di pazienti, guariti ma ancora positivi, verso il doppio tampone negativo. Regalia (Proges): «Teniamo le chiavi delle camere, restrizione necessaria per tutela di ospiti e operatori»

di Federica Bosco

Una quarantena a quattro stelle. Così, per oltre un centinaio di pazienti Covid si sta consumando l’ultimo atto della malattia. Siamo all’hotel Michelangelo di Milano, a due passi dalla stazione Centrale che da due mesi ospita pazienti dimessi dagli ospedali, guariti ma ancora positivi, per accompagnarli verso quel tampone doppio negativo che ha il sapore della vittoria.

L’organizzazione del percorso di isolamento in assoluta sicurezza nelle camere del grattacielo che affacciano su una Milano ritornata operativa, è frutto di una sinergia tra Prefettura, Comune di Milano e ATS che cura l’aspetto sanitario.

«Siamo partiti con tantissimi militari, poliziotti, vigili de fuoco e guardia di finanza – spiega Giorgio Ciconali, ideatore e responsabile per ATS del progetto Hotel Covid – che adesso che si sono quasi completamente azzerati. A mano a mano sono arrivate famiglie con situazioni residenziali difficili e i centri sociali hanno mandato un grosso contributo nella struttura in termini di numerosità di persone In questo momento, non a caso, abbiamo soprattutto persone straniere». Dai 270 pazienti iniziali, oggi i numeri sono ridotti alla metà eppure nonostante le critiche mosse ad un Hotel convertito in residenza Covid, tra gli operatori c’è la convinzione che grazie a questa scelta condivisa da più attori, Milano abbia potuto contenere l’epidemia. «La crisi importante oggi è rientrata, ma finché ci sarà l’hotel Michelangelo in grado di drenare tutte le situazioni difficili dei comuni limitrofi, anche oltre la città metropolitana – ammette Ciconali – sarà una soluzione vincente».

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«I criteri di inclusione sono stati chiari sin dall’inizio – aggiunge Thea Scognamiglio, dirigente medico di ATS –. L’ospite deve essere indipendente perché questo è un domicilio e non una struttura sanitaria ed avrà ragione di esistere, nonostante non sia molto economico, finché ci sarà la necessità di tenere aperta la struttura. Ovviamente l’augurio è di chiuderla quanto prima, perché questo significherebbe aver risolto l’epidemia di Covid, ma non vogliamo chiudere troppo presto perché non vogliamo essere noi una delle concause della permanenza del virus in Lombardia».

Con un costo di oltre mezzo milione di euro al mese, la macchina organizzativa dell’hotel Michelangelo funziona grazie alla cooperativa sociale Proges che gestisce l’iter di ingresso e di uscita e i due controlli quotidiani agli ospiti.

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«Noi siamo già fornitori del comune di Milano – ammette Luigi Regalia della cooperativa Proges – perché gestiamo due RSA del comune.  Tengo a precisare che per fare questo progetto non abbiamo tolto risorse alle RSA, ma abbiamo scelto personale disoccupato, senza profili sanitari perché quell’ambito è di competenza di ASST NORD E ATS. Noi ci occupiamo della parte logistica organizzativa, la gestione dei pasti è affidata a Milano Ristorazione: ci porta i piatti in monoporzione refrigerata che noi scaldiamo e portiamo all’ora giusta in camera. Gestiamo le pulizie e la sanificazione dopo l’uscita, diamo a tutti gli ospiti un kit per tenere in ordine la propria persona e la stanza perché chiaramente nessuno può accedere alla camera se non gli ospiti. L’albergo non funziona come tale, alcuni l’hanno paragonato ad un carcere, ma non è così, piuttosto la stanza è come una cella da convento perché gli ospiti non hanno le chiavi della porta. Le teniamo noi perché non devono uscire e questo è difficile da capire per chi sta qui anche da più di un mese in attesa di un tampone negativo che non arriva. Alcuni, dopo un mese, hanno un cedimento psicologico e per questa ragione abbiamo anche un servizio di assistenti sociali. È faticoso, ma gratificante. Nella nostra organizzazione lavorano circa 15 persone per le pulizie, ai piani e in cucina a cui si aggiungono componenti specialistiche per la sanificazione e la bonifica delle camere al termine del percorso. Quindi, una ventina di persone coi turni h24. Tanti numeri si possono fare, ma quello più importante è lo zero, non abbiamo mai avuto un contagio tra il personale operativo perché siamo stati attenti alle regole date da ATS come distanziamento sociale, mascherine e guanti.  Nelle stanze non si entra, a meno che si tratti di dottori protetti con tute, occhiali, guanti, mascherina e copri scarpe. È una forma di rispetto per noi e per gli ospiti che capiscono perfettamente. Gli ospiti sono molto rispettosi, gradiscono il contatto umano, ringraziano per quanto facciamo per loro: è bello sentirsi parte di questa catena di solidarietà e di lavoro».

 

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