Salute 8 Febbraio 2021 17:30

Vaccini, dal vaiolo al Covid: tra diffidenza e scetticismo, le grandi conquiste dell’immunizzazione

Intervista al prof. Gilberto Corbellini (Sapienza): «La strategia di comunicazione è essenziale. Non si può pretendere adesione attraverso il ricatto e la colpevolizzazione»

Vaccini, dal vaiolo al Covid: tra diffidenza e scetticismo, le grandi conquiste dell’immunizzazione

Oggi come ieri. I secoli passano, ma nel novero delle invenzioni mediche  più “impopolari”, i vaccini sono sempre in pole position. Eppure, nel corso dei secoli sono stati l’unico vero strumento salvavita su scala mondiale. Insieme al professor Gilberto Corbellini, ordinario di Storia della medicina all’Università Sapienza Roma, abbiamo cercato di approfondire la situazione attuale partendo da un esempio paradigmatico nel campo dell’immunizzazione: il caso del vaiolo.

La variolizzazione

«Della pratica della variolizzazione risalgono notizie intorno all’anno Mille in Cina – spiega Corbellini -. Qui, o chissà dove anche prima, ci si era resi conto che l’infezione denominata Alatrim, derivante dalla Variola minor, aveva una letalità molto minore rispetto al vaiolo umano, circa l’1% contro il 30%. Da questa osservazione, usando un’intuizione basata probabilmente sul pensiero magico, nasceva la convinzione che la forma lieve proteggesse dalla forma grave, e questo diede inizio alla variolizzazione come pratica, inducendo la malattia Alatrim nei soggetti affinché non contraessero il vaiolo umano. Questa usanza, oltre che in Cina, era diffusa presso alcune popolazioni dell’Asia minore, come i Circassi, e nei Paesi dell’Africa Subsahariana. Ma è solo agli inizi del Settecento – afferma Corbellini – che arriva in Europa, grazie all’intervento della nobildonna Lady Montague, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, che la fece praticare su suo figlio dopo averla vista effettuare dalle donne anziane del luogo, convincendosi talmente tanto dell’efficacia da consigliarla ad aristocratici e medici del suo entourage del Royal College, tra cui il medico di corte di re Giorgio I di Hannover».

«Nel 1721 fu effettuato a Londra il primo “esperimento clinico” usando condannati a morte. Da qui, la variolizzazione divenne una pratica ufficiale – prosegue lo studioso – sebbene non praticata su larga scala. La prima vera campagna di variolizzazione di massa si ebbe, infatti, negli stessi anni a Boston negli Stati Uniti, ad opera di un pastore protestante, Cotton Mather, e del medico Zabdiel Boylston. Mather venne a conoscenza di questa pratica da uno schiavo di origini africane, migliaia di vite furono salvate, ciò nonostante – osserva Corbellini – i due dovettero difendersi dalle accuse di star contribuendo alla diffusione del virus».

Il vaccino di Jenner e le resistenze all’obbligo

«La variolizzazione – spiega ancora Corbellini – era prassi nelle culture tradizionali». Le ragazze Circasse erano merce di scambio nella loro società, e venivano tutte variolizzate: se il vaiolo non le avesse uccise, infatti, le avrebbe comunque deturpate impedendo loro di trovare marito. «Mentre incontrava non poche resistenze nell’Europa illuminista, soprattutto nelle istituzioni. I motivi? La diffidenza verso usanze tipiche di popoli ritenuti poco civilizzati – afferma – e il rischio insito che ad ogni modo la pratica comportava. La vera svolta nella lotta contro il vaiolo si ebbe con il vaccino di Edward Jenner – continua lo studioso – che nel 1840 venne reso obbligatorio in Inghilterra e nell’Ottocento un po’ ovunque. In Italia nel 1888. A seguito di anni di proteste contro l’obbligo, negli ultimi anni dell’Ottocento in Inghilterra fu tolta l’obbligatorietà».

«Le ragioni di queste proteste sono da ricercare nel pensiero liberale che diffondeva sul suolo britannico, nella filosofia dell’autodeterminazione e della limitazione delle ingerenze dello stato nel privato. Ovviamente c’era il timore che la pratica fosse pericolosa, come infatti era dal momento che il pus usato per vaccinare era a forte rischio di trasmettere altre malattie, visto che proveniva dal braccio di altre persone. Nel Continente invece, in Germania e in Francia, l’obbligo vaccinale fu accettato di buon grado».

Il Novecento: la fiducia nella scienza

Passando per le grandi campagne di immunizzazione del Novecento, che hanno debellato malattie spesso mortali, non può non leggersi nell’adesione da parte della popolazione una fiducia nella medicina ufficiale che oggi vacilla. Parallelismi e differenze con le vaccinazioni di ieri e di oggi?

«Il grande problema oggi è la burocrazia, innanzitutto – afferma Corbellini – e la spersonalizzazione del rapporto medico-paziente. Nelle campagne vaccinali del Dopoguerra, come quella contro la poliomielite o contro il colera a Napoli negli anni Settanta, si era nel pieno del welfare state, cullati da un’idea grandiosa di stato assistenziale soprattutto sul piano sanitario. Oggi poi – osserva – c’è una percezione del rischio completamente distorta: noi tendiamo psicologicamente a sottostimare rischi probabili e a sovrastimare rischi poco probabili».

L’enfasi sui rischi e l’illusione che esistano condizioni di rischio zero, fa sì se lo 0,1% di rischio era percepito come ininfluente sessant’anni fa, oggi diventa inaccettabile. Inoltre, forse si sottovaluta la particolarità insita nel concetto di vaccino: l’essere umano è abituato a sottoporsi a pratiche mediche quando è malato, o si sospetta di esserlo. Il vaccino è l’unico trattamento medicocui ci si sottopone da sani».

Obbligo vaccinale? Un errore strategico

«Penso che obbligare sia controproducente – dichiara Corbellini -. Il Regno Unito, dove si registrava nell’Ottocento la maggiore avversione all’obbligatorietà vaccinale, è diventato nel corso del Novecento (da quanto cioè fu eliminato l’obbligo) uno dei Paesi con il più alto tasso di vaccinazioni in Europa. La gente non vuole essere costretta – afferma – vuole essere convinta. Certo, questo discorso vale per le persone comuni. Il personale sanitario dovrebbe essere obbligato a vaccinarsi. Sul Covid quello che è mancato, e che sta mancando, è una comunicazione efficace, non giudicante, che non minacci, che non abbia toni paternalistici, ma che riesca a spiegare e a far leva sul fattore fiducia e competenza». Un nome? «Non capisco – conclude – perché non abbiano pensato a Piero Angela».

 

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