Salute 20 Settembre 2019

Riserva cognitiva, che cos’è il tesoretto cerebrale che ci protegge da traumi e malattie

Cinque fattori da coltivare sin da piccoli spiegati in “Cervello senza limiti” (Codice Edizioni), la prima inchiesta italiana sul potenziamento cerebrale realizzata da Johann Rossi Mason

In un secolo abbiamo guadagnato circa 10-15 anni di vita. Una buona notizia, se non fosse che i nostri ‘tempi supplementari’ sono caratterizzati da un inesorabile declino sia fisico che mentale: le malattie neurodegenerative sono in agguato e così le disabilità. L’80% delle spese del nostro sistema sanitario finiscono così nel buco nero delle malattie croniche e talora incurabili.

Ma forse un modo per avere una quarta e una quinta età in salute c’è: come illustrato in “Cervello senza limiti” della giornalista Johann Rossi Mason (pubblicato da Codice Edizioni), sin dalla giovane età ci si dovrebbe concentrare a indagare i fattori che costituiscono i tasselli della salute cerebrale in età avanzata. «La ricerca – si legge in una nota -ha scoperto che alcuni soggetti godono di una ‘riserva cognitiva’, termine con il quale si indica una forma di ‘resilienza’ del cervello ai danni dati da età, traumi o eventi acuti come l’ictus e invecchiamento. Gli studiosi si sono accorti infatti che alcuni soggetti con segni clinici di malattie degenerative come Alzheimer e Parkinson, mostravano sintomi ed effetti della malattia in maniera più sfumata, spesso non in grado di impattare sulla vita quotidiana».

«Questa forma di ‘cuscinetto’ protettivo – spiega il comunicato – sarebbe di due tipi: già uno studio del 1988 (pubblicato sulla prestigiosa rivista Annals of Neurology) dimostrava che il cervello di queste persone era più pesante e contava su un maggior numero di neuroni. Il che ha rafforzato l’idea che un maggior numero di cellule nervose costituiscano una sorta di ‘buffer’, da mettere in campo per compensare, almeno temporaneamente, i danni neurologici. Quoziente intellettivo in età infantile e scolare, grado di istruzione e numero di anni trascorsi a studiare, dello status socioeconomico e lavorativo, qualità delle esperienze extra lavorative sono i fattori principali che agirebbero anche in maniera cumulativa. Più fattori positivi, maggiore riserva».

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Un’altra ricerca – prosegue – ha analizzato 22 studi estrapolandone i risultati: 10 su 15 hanno confermato un effetto protettivo dell’istruzione, 9 su 12 un effetto positivo dato dalla carriera professionale e 6 su 6 hanno confermato il potere benefico delle attività ludiche nel costruire la riserva cognitiva. Tutti felici dunque? Non proprio. Purtroppo quando la riserva si esaurisce, un momento chiamato ‘punto di inflessione’, i sintomi si manifesterebbero in maniera improvvisa, più severa e rapida».

Intanto, dai laboratori di ricerca e dal mondo accademico si diffonde la cultura del potenziamento cognitivo: farmaci, ormoni, integratori che promettono di migliorare le capacità di apprendimento, aumentare la memoria, annullare la fatica, rimandare l’invecchiamento del cervello. Studenti, militari, piloti, medici, scienziati si trasformano in individui ad ‘alto funzionamento’, capaci di scrivere o lavorare per 20 ore consecutive senza accusare fatica. E anche in Italia esiste un consumo di queste sostanze.

«Se è vero che questi farmaci rendono possibile studiare e lavorare meglio e più a lungo, farmacologicamente, le sostanze che potenziano i componenti dei circuiti di memoria e apprendimento (dopamina, glutammato, noradrenalina) possono migliorare la funzione cerebrale in individui sani oltre il loro limite fisiologico», prosegue la nota.

«Tutti vorrebbero un super cervello – spiega Johann Rossi Mason – e la prima cosa che mi chiedono quando racconto l’argomento del libro é che tipo di sostanza assumere. Ovviamente non posso rispondere, consiglio di leggere il volume e capire quali sostanze o combinazioni di integratori potrebbero fare al caso loro e offro consigli per provare senza rischi. È il mio compito di divulgatore scientifico, informare correttamente. Le persone soffrono i vuoti di memoria che attribuiscono inevitabilmente all’avanzare dell’età, e vorrebbero combattere la fatica. Le sostanze nootropiche (integratori o farmaci) aiutano, ma non fanno miracoli. I primi possono essere assunti anche per periodi prolungati, mentre sui farmaci è necessaria maggiore cautela, non ci sono infatti studi sull’uso a lungo termine. No assoluto invece all’assunzione fino a 18-20 anni: il cervello è ancora in formazione e non è possibile sapere quali effetti possono sortire in una fase evolutiva così delicata».

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