Mondo 3 Agosto 2020 13:08

«Quando parliamo di coronavirus dobbiamo usare la parola razzismo»

Due articoli paralleli su New England Journal of Medicine e Lancet affrontano il peso delle disparità razziali: il Covid-19 non colpisce tutti allo stesso modo. Sei misure per intervenire

di Tommaso Caldarelli
«Quando parliamo di coronavirus dobbiamo usare la parola razzismo»

Sono oltre quattro milioni e mezzo, al momento, i casi confermati di coronavirus negli Stati Uniti d’America. E molti di essi sono afroamericani o provenienti da fasce sociali disagiate. Non esistono censimenti certi e puntuali, ma la questione di come e quanto le disparità razziali sappiano colpire le minoranze etniche – e in particolare le comunità nere d’America – è arrivata su un editoriale, insolitamente duro, dell’altrimenti sempre austero New England Journal of Medicine.

«TASSI DI OSPEDALIZZAZIONE E DI MORTE DOPPI TRA GLI AFROAMERICANI»

«La pandemia da Covid-19 dimostra in maniera chiara quale possa essere l’intersezione fra il razzismo strutturale, i fattori di rischio sociale e la salute pubblica. I dati dai Centers for Disease Control and Prevention riguardanti il Covid-19 mostrano dati di infezione e mortalità con alte incidenze in specifiche regioni geografiche. Indagini mirate nella Louisiana rivelano che i tassi di ospedalizzazione e di morte nei pazienti afroamericani sono il doppio di quello che ci si aspetterebbe rispetto alla normale rappresentazione demografica», scrive il NEJM.

«Il razzismo strutturale – termine con cui si intendono quei modi in cui le società alimentano la discriminazione tramite sistemi di disuguaglianza che si rinforzano a vicenda – ha ricevuto scarsa attenzione negli studi pensati per valutare la salute della popolazione. Ma una meta-analisi di 293 studi a disposizione ha rivelato che il razzismo è significativamente associato in maniera diretta a uno stato peggiore di salute fisica e mentale».

L’ARTICOLO DEL LANCET

Il consenso sul tema appare largo, considerando che contemporaneamente all’editoriale del NEJM appariva un pezzo affine del Lancet, la nota pubblicazione scientifica inglese: «Suggeriamo di continuare a usare la parola razzismo quando si parla delle disuguaglianze razziali relative alle infezioni da Covid-19», scrivono dall’Inghilterra.

«Troppo spesso riduciamo le disparità di razza a differenze di classe o a forze ignote. Dobbiamo riconoscere invece che per quanto riguarda il coronavirus i meccanismi del razzismo hanno contribuito a degli esiti molto diversi fra le minoranze etniche e i bianchi».

Torniamo in America: «Le disparità sociali vengono spesso dipinte come fattori negativi che solo alcuni gruppi sociali subiscono; mentre in realtà fattori non medici possono fornire benefici e rischi a livello di salute, e la distribuzione è la stessa per tutti».

È altrettanto vero che «la storia delle città delle aree interne ha lasciato i neri americani con opportunità economiche ed educative minori rispetto alle controparti bianche e li ha esposti a rischi sociali associati ad effetti negativi maggiori». E, soprattutto, dato il sistema sanitario americano, «le persone che affrontano questi fattori di rischio avranno molto meno probabilmente una assicurazione che paghi per un test Covid-19; e con molta più probabilità sceglieranno di evitare di usare i servizi sanitari a causa degli alti costi».

Ancora il Lancet: «Il Covid-19 ha portato disparità razziali, prima per nulla affrontate, al centro del dibattito sia fra gli studiosi sia nel largo pubblico. Spetta a noi discutere queste vicende usando i linguaggi più costruttivi e appropriati per affrontare al meglio le disuguaglianze razziali nella salute fra le minoranze e i bianchi».

SEI MISURE PER INTERVENIRE

E il New England Journal of Medicine propone sei punti per «mitigare il razzismo strutturale» nelle vicende sanitarie: «Cambiare le politiche che tengono in piedi il razzismo strutturale; abbattere i compartimenti stagni e creare accordi multi-settore; creare politiche che favoriscano lo sviluppo economico; finanziare programmi di comunità che aiutino la stabilità nei vicinati e nei quartieri; essere costanti negli sforzi che fanno i sistemi sanitari che cercano di costruire fiducia nelle comunità vulnerabili; testare e implementare interventi mirati che affrontino questi fattori di rischio».

 

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