Salute 10 Giugno 2020

Pulizia e sanificazione degli ambienti, tra certezze e falsi miti ecco come sta andando la fase 2 (e come prepararci alla fase 3)

Privitera (ordinario di Igiene all’Università di Pisa): «Colmiamo le lacune ed evitiamo inutili eccessi»

Immagine articolo

È passato poco più di un mese dalla fine del lockdown, da una vita “normale” che l’Italia ha ripreso a tappe. Una normalità condizionata dalla paura di una ripresa dei contagi, di una seconda ondata paventata da gran parte degli esperti che non si sa se, quando e come, colpirà. Intanto, gran parte delle misure attuabili a cavallo tra la fase 2 e la fase 3, per conciliare la necessaria ripresa delle attività economiche e sociali con l’esigenza di prevenzione, riguardano la pulizia e la disinfezione degli ambienti comuni. Un punto su cui ancora, come per tutto ciò che riguarda il nuovo Coronavirus, è difficile trovare certezze e pareri univoci. Sanità Informazione ha chiesto delucidazioni (ed impressioni) sul tema al prof. Gaetano Privitera, ordinario di Igiene presso l’Università di Pisa e Responsabile di Igiene ed Epidemiologia presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana.

L’OMS, seguita a ruota dall’Istituto Superiore di Sanità, ha di recente fatto dietrofront sull’opportunità di sanificare strade e marciapiedi, con la motivazione che questo tipo di interventi su superfici porose come quelle del manto stradale sarebbero inutili ai fini della disinfezione ed anzi, rilascerebbero sostanze tossiche. Cade così uno dei baluardi più sfruttati dai mass media nella prevenzione al virus. Durante il picco della pandemia, chi non ricorda le immagini trasmesse in tv dei cortei di camion addetti alla disinfezione sfilare per le strade di Wuhan? Un modello subito preso in prestito dall’Italia, dove si è proceduto alle stesse operazioni di sanificazione del suolo pubblico.

«Si tratta di una misura puramente ‘coreografica’, se mi passa il termine, utile solo a rassicurare la popolazione sul fatto che ci si stia in qualche modo adoperando – commenta Privitera. – L’evidenza scientifica sull’utilità di decontaminare le strade come strumento di prevenzione per la diffusione del Coronavirus è pressochè nulla. L’unico elemento certo è un maggiore inquinamento dell’ambiente. Parliamoci chiaro: il rischio di contagio è legato alle superfici che potenzialmente entrano in contatto con le mani, che a loro volta possono toccare viso e mucose. Devono essere superfici – spiega – su cui si sono depositate un numero sufficiente di particelle virali e che non siano state soggetti ad agenti ambientali, come la luce solare, che abbiano causato il decadimento di queste particelle. È evidente – osserva – che il manto stradale non rientra tra le superfici in questione. Gli ambienti a maggior rischio sono quelli interni e a maggior rischio di contatto, con le dovute differenze dovute anche al materiale di cui sono composte».

LEGGI ANCHE: COVID-19 E SPINTA DIGITALE, COME SARÀ LA SANITÀ DEL FUTURO?

Le misure all’interno degli esercizi commerciali, soprattutto nei rapporti con la clientela, rischiano di presentare falle o al contrario inutili eccessi. Insomma, non sempre regna la coerenza, nonostante si proceda con le migliori intenzioni. « Le faccio l’esempio – prosegue Privitera – della sanificazione preventiva dei locali, chiusi per due mesi, alla vigilia della riapertura. Un procedimento abbastanza illogico, dal momento che, a serrande abbassate per 60 giorni e nessun accesso, che rischio di contaminazione ci sarebbe potuta essere al loro interno? Il problema si pone nel momento immediatamente successivo alla riapertura. In sintesi, il punto non è la messa in sicurezza dell’ambiente prima della riapertura, ma avere un piano razionale di sanificazione ambientale che garantisca una decontaminazione efficace e costante nel tempo durante gli accessi della clientela e lo svolgimento dell’attività commerciale».

Ma la nostra vera curiosità è: che sensazione ha un Professore ordinario di Igiene quando, a ridosso di una pandemia, entra da cliente in negozi, bar, ristoranti eccetera? Esercenti promossi o bocciati? «Le dirò – confessa Privitera – impressioni molto variabili. Partendo dal presupposto che la trasmissione del virus per contatto non ha la stessa forza della trasmissione da droplet, la prevenzione del contagio da contatto deve basarsi su tre tipi di intervento: il primo è quello rivolto all’igiene delle mani. Se vedo che all’ingresso e all’uscita di un locale c’è il dispenser con il disinfettante idroalcolico è già un buon inizio. Meglio ancora – aggiunge – se alla clientela vengono anche forniti guanti monouso. Se a questo aggungiamo degli obblighi di sanificazione periodica rispettati scupolosamente, posso personalmente ritenermi soddisfatto».

Un altro baluardo in cui, in piena pandemia, avevamo riposto quel poco che restava della nostra tranquillità, sono stati proprio i guanti monouso. E anche qui, l’OMS ci ha messo una pietra sopra: i guanti monouso sarebbero inutili. «Sono tendenzialmente d’accordo con l’OMS su questo punto – afferma Privitera -. Da un lato mi è capitato spesso di vedere persone indossare i guanti in situazioni completamente prive di rischio, come brevissimi passeggiate solitarie senza incontrare anima viva, magari per portare fuori il cane a tarda sera. E per contro i guanti possono generare una falsa sicurezza in chi li indossa, lo stesso paio anche tutta la giornata. Magari toccano di tutto e per il solo fatto di avere i guanti hanno una ridotta percezione del rischio. Il guanto di per sè non conferisce nessuna immunità – precisa il Prof – ed anzi può diventare a sua volta veicolo di contagio. Le mani nude, regolarmente lavate e sanificate con prodotti idroalcolici, restano la soluzione più sensata. È chiaro che però – conclude – in contesti sanitari, assistenziali, o di dispensazione di generi alimentari, il discorso cambia e i guanti, rigorosamente monouso e utilizzati in modo giusto, sono una risorsa imprescindibile».

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SANITÀ INFORMAZIONE PER RIMANERE SEMPRE AGGIORNATO

Articoli correlati
Gravidanza e Covid, durante il lockdown 90% in meno di parti prematuri
Lo studio incrociato a livello europeo. Vaccari (Fnopo): «Riposo, cura di sè e vicinanza agli affetti proteggono madre e bambino»
Coronavirus, nell’ultima settimana +26% di ricoveri e +41% di terapie intensive
Nella settimana 9-15 settembre si stabilizza l’incremento dei nuovi casi, ma cala di oltre 58mila il numero dei tamponi. Il report di Gimbe
Covid-19, l’immunità innata può essere allenata con vaccini e stile di vita sano
Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas: «Questo meccanismo di allenamento potrebbe contribuire a spiegare il fatto che i bambini siano meno colpiti da Covid-19, dal momento che la maggior parte di loro è sottoposta a diverse vaccinazioni nei primi anni di vita»
Medici e infermieri pronti per seconda ondata: in estate + 30% corsi online su Covid
Consulcesi registra un picco rispetto l’anno precedente e nella top ten dei titoli più scelti 8 sono sulla pandemia: in pole il docufilm “Covid 19 – Il virus della Paura”
Covid-19, in Gran Bretagna arriva la “regola del 6”
In Inghilterra, Scozia e Galles è vietato creare assembramenti composti da più di sei persone
GLI ARTICOLI PIU’ LETTI
Non Categorizzato

La diffusione del coronavirus in tempo reale nel mondo e in Italia

Al 18 settembre, sono 30.183.223 i casi di coronavirus in tutto il mondo e 946.158 i decessi. Mappa elaborata dalla Johns Hopkins CSSE.   I CASI IN ITALIA Bollettino del 18 settembre: Ad oggi in...
Formazione

Test di Medicina 2020, ecco come è andata: la cronaca dalle università di Roma, Firenze, Milano, Napoli e Bari

Oltre 66 mila candidati per 13.072 posti disponibili. Tra speranze, sogni, proteste e irregolarità, anche quest’anno il Test di medicina ha fatto parlare di sé. Pubblicate le risposte corrette al ...
Salute

Covid-19, studio italiano scopre meccanismo responsabile della morte dei pazienti in terapia intensiva

Lo studio, che vede come capofila il S. Orsola di Bologna, è stato pubblicato su “Lancet Respiratory Medicine” lo scorso 27 agosto