Salute 10 Giugno 2020 09:40

Covid-19 e spinta digitale, come sarà la sanità del futuro?

Obbligati dal lockdown, medici e strutture sanitarie si sono aperti molto al digitale negli ultimi mesi. Mentre la telemedicina veniva incontro alle esigenze più impellenti, l’high tech e l’intelligenza artificiale hanno pensato alla sanità del futuro

Covid-19 e spinta digitale, come sarà la sanità del futuro?

Sono tre mesi ormai che andare dal medico, fare una visita in ospedale o andare dallo psicologo risultano azioni che necessitano di essere ripensate. Da quando la pandemia da Sars-CoV-2 ha colpito tutto il mondo, i professionisti sanitari hanno dovuto trovare nuovi modi per stare vicini ai propri pazienti evitando il maggior numero di rischi. La tecnologia, nella maggior parte dei casi, è stata la soluzione.

Il 51% dei medici di famiglia ha lavorato da remoto in lockdown e più della metà delle strutture sanitarie del Paese ha organizzato lo smart-working dei propri dipendenti. Un’esperienza giudicata positiva e funzionale dalla maggior parte degli utenti. A certificarlo una ricerca dalla School of Management del Politecnico di Milano, che ha parlato di una vera e propria rivoluzione “Connected Care”.

Al centro per ragioni di necessità, telemedicina e intelligenza artificiale sono stati la chiave per affrontare il Covid secondo 3 medici specialisti su 4. Sia per la rapidità dei consulti che per la personalizzazione delle cure, che con strumenti di precisione raggiungerebbe nuovi risultati.

Sono i medici di medicina generale i più convinti dell’upgrade tecnologico. Già un 56% di loro utilizzava la messaggistica istantanea per comunicare con i pazienti, in futuro il 69% vorrebbe continuare a usare piattaforme di video conferenza per le visite. Pc e connessione internet due nuovi strumenti a tutti gli effetti per i camici bianchi, che vanno però potenziati.

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Secondo un sondaggio condotto su un campione di 740 dottori dalla Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), infatti, non tutti possiedono i mezzi adeguati. Solo il 47% aveva accesso a una Vpn, connessione di rete sicura, e il 27% a strumenti per call-conference. Secondo la loro visione, il 30% delle visite a malati cronici e il 29% ad altri tipi di pazienti sarebbe facilmente trasportabile alle televisite. Nel caso degli specialisti si scende invece a 24% e 18%.

Anche chi non li aveva mai utilizzati (56% medici di famiglia, 37% specialisti) dichiara di essersi convertito. Permane però uno zoccolo, che nel caso degli specialisti tocca il 40%, di professionisti ancora scettici, che vedono nel contatto diretto con il paziente una necessità insostituibile.

Ma la tecnologia non è solo uno strumento utile per riavvicinarsi. I progressi nella costruzione di macchinari innovativi hanno fatto in modo di spostare la lotta al Covid-19 verso il futuro. L’high-tech si è messo sin da subito al servizio della scienza e fino ad ora sono numerosi i prodotti all’avanguardia ideati contro il virus.

L’intelligenza artificiale, prima fra tutti, ha dimostrato di poter migliorare in maniera cruciale le diagnosi degli specialisti. Al San Raffaele di Milano, per i prossimi tre mesi, è in sviluppo “AI-SCoRE”, una piattaforma contenente un algoritmo che sarà in grado di prevedere un’eventuale evoluzione grave del Covid nei pazienti appena contagiati.

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Dalla Sicilia, da un’idea della Cappello Group di Ragusa, arriva invece un aiuto tecnologico al rispetto del distanziamento sociale. Si chiama “Drop Mask” ed è una mascherina riutilizzabile all’infinito, già in produzione dopo l’approvazione del ministero della Salute.

Facilmente lavabile e sanificabile, funziona con la semplice sostituzione quotidiana del filtro certificato. Può essere usata dal cittadino comune e dal professionista sanitario in egual modo. Quest’ultimo può anche aggiungere la “Shield”, visiera ergonomica. Un vantaggio enorme anche per l’ambiente, su cui lo smaltimento delle mascherine monouso sta già avendo un impatto importante.

Un progetto italiano anche quello di RD Vision International, che ha programmato “Dist-I Band”, il primo dispositivo da polso che aiuta a mantenere il distanziamento sociale senza bisogno di collegamento internet. Si tratta di un braccialetto da indossare che avvisa il suo proprietario ogni volta che un altro braccialetto si trova oltre la distanza di sicurezza. È stato pensato per aiutare piccole e grandi aziende a far lavorare i propri dipendenti in sicurezza.

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Restano sotto la lente di controllo, per il momento, le app di contact tracing. In Italia “Immuni” è arrivata con qualche settimana di ritardo ed è stato scaricato da 2 milioni di italiani in prova, sarà disponibile per tutti dal 15 giugno. Questa tecnologia sfrutta il Gps o il Bluetooth per identificare chi potrebbe essere stato esposto a una persona infetta, tramite un check della salute di chi la scarica.

Il dibattito è ancora acceso sul loro utilizzo: nonostante il grande successo avuto in Corea del Sud, preoccupa la sfida che questo tipo di esposizione rappresenta per la privacy di ognuno. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, promotrice della tecnologia al fianco della scienza, si è mostrata dubbiosa a causa delle difficoltà di accesso allo strumento da parte di tutti e anche dei possibili consigli medici erronei in cui l’utente potrebbe incorrere.

In definitiva il virus ha funto da boost naturale per quella che da anni era ormai una necessità per il mondo della salute. Quanto questa lezione verrà interiorizzata dipenderà solo dagli investimenti futuri e dall’impegno di ognuno dei protagonisti.

 

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