Salute 1 Marzo 2021 14:35

Protesi, Mazzone (chirurgo della mano): «Un bastoncino di silicone contro artrite, traumi e malformazioni delle dita»

Vincent Joseph Mazzone è stato il primo, già nel 1991, a sperimentare una nuova tecnica di accesso laterale per la chirurgia protesica delle articolazioni delle dita, metodologia che solo negli ultimi 5 anni si è consolidata, diventando una pratica chirurgica diffusa

di Isabella Faggiano
Protesi, Mazzone (chirurgo della mano): «Un bastoncino di silicone contro artrite, traumi e malformazioni delle dita»

Un architetto che avrebbe dovuto rinunciare alla sua carriera, un’adolescente che non avrebbe più potuto utilizzare gli arti superiori come i suoi coetanei, bambini nati con gravi malformazioni congenite che mai avrebbero potuto provare la sensazione di stringere un piccolo oggetto tra le mani. Usare il condizionale è d’obbligo per raccontare le loro storie, visto che Vincent Joseph Mazzone, Direttore UOC Chirurgia della Mano della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCSS, è riuscito a cambiarne il destino all’interno di una sala operatoria.

«Tutti sanno che esiste la possibilità di sostituire le articolazioni dell’anca, del ginocchio o della spalla con delle protesi – dice Mazzone -. Molti meno che si possa fare la stessa cosa con le piccole articolazioni delle mani. Ed è proprio grazie a queste minuscole protesi che un architetto ha potuto recuperare la funzionalità della sua mano, dopo essersi amputato le dita con un sega circolare, mentre faceva bricolage», sottolinea il chirurgo.

Le nuove tecniche chirurgiche

La vera novità in questo campo non riguarda tanto le protesi, quanto le nuove tecniche chirurgiche che, oggi, sono meno invasive e consentono una mobilizzazione precoce – praticamente immediata – dell’articolazione. Vincent Joseph Mazzone è stato il primo, già nel 1991, a sperimentare una nuova tecnica di accesso laterale, metodologia che solo negli ultimi 5 anni si è consolidata, diventando una pratica chirurgica diffusa. «Le vecchie tecniche chirurgiche – spiega Mazzone – prevedevano la sezione dei tendini per poter arrivare alle articolazioni e protesizzarle. Con il più innovativo accesso laterale, messo a punto da noi, siamo in grado di risparmiare i tendini flessori e estensori della mano, permettendo al paziente di muovere subito la mano».

I materiali utilizzati non sono di ultima generazione come le tecniche operatorie, ma ugualmente fondamentali per la buona riuscita dell’intervento. «Il silicone è il materiale più performante per le articolazioni interfalangee – aggiunge il chirurgo della mano -, mentre per le articolazioni metacarpo-falangee i migliori risultati si ottengono con le protesi “anatomiche” (che mimano cioè la forma delle articolazioni), soprattutto in pirocarbonio. Per l’articolazione alla base del pollice, invece, le più recenti protesi ricordano per disegno e materiali, come il metallo e la ceramica, quelle utilizzate per l’anca».

Un po’ di storia

La chirurgia protesica si è diffusa negli anni ‘60, un decennio più tardi quella della mano, in risposta ai danni causati da patologie come l’artrosi o dell’artrite reumatoide. «Alcuni decenni fa – racconta lo specialista – non avevano a disposizione cure farmacologiche per queste patologie. Per cui, l’unica speranza per questi pazienti di poter ritornare ad impugnare una penna, aprire una bottiglia o allacciare un bottone, era racchiusa nella chirurgia. Sulla scia di questi interventi, poi, abbiamo cominciato a sperimentare le stesse tecniche in coloro che avevano subito dei traumi, fino ad arrivare ad una vera e propria ricostruzione delle articolazione in persone affette da malformazioni congenite. Ci sono bambini che nascono con le falangi saldate tra loro e che per questo non possono afferrare gli oggetti, soprattutto di piccole dimensioni. Grazie alla chirurgia protesica, da effettuare al termine dello sviluppo, queste persone possono recuperare l’utilizzo delle dita, se non di tutte, almeno dell’indice e del pollice che, uniti, permettono di prendere anche cose di dimensioni ridotte».

Le protesi più longeve

Le protesi delle articolazioni delle mani vengono impiantate in anestesia loco-regionale, in genere in day-hospital. Sono anche tra le più longeve: «La vita media di una protesi dell’anca è oggi di 30 anni e quella del ginocchio di 20. Le protesi delle dita possono durare molto di più se si considera che, a differenza di anca e ginocchio, la mano non è sottoposta al carico del corpo ogni volta che un individuo compie un movimento», sottolinea Mazzone.

C’è ancora un po’ di strada da fare, invece, per migliorare le protesi dell’articolazione del polso, «così come – aggiunge il chirurgo – si punta ad ottimizzare il planning pre-operatorio attraverso l’utilizzo di un’intelligenza artificiale, che si spera possa, in un futuro non troppo lontano, calcolare le dimensioni esatte della protesi da impiantare servendosi dei dati di tac e rx». Meno atteso, invece, l’ingresso della robotica in sala operatoria: «I robot sono attualmente utilizzati per interventi alle mani, ma non per la chirurgia protesica. I risultati che riusciamo ad ottenere noi specialisti tengono ancora testa a quelli raggiunti con un sistema di intelligenza artificiale. E soprattutto – ironizza Mazzone – un chirurgo esperto costa molto meno di un robot».

 

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