Salute 14 Settembre 2020

Posti in più in terapia intensiva, ma mancano gli anestesisti. La denuncia di Vergallo (Aaroi-Emac)

Il presidente di Aaroi-Emac in un’intervista sul Messagero parla di tremila professionisti vacanti, mentre le persone in terapia intensiva aumentano ancora

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Il numero di malati in terapia intensiva continua ad aumentare. Ora l’Italia ha toccato soglia 164 ricoverati, in un giorno 14 in più. I posti letto sono stati aumentati negli scorsi mesi, per far fronte a una seconda ondata, ma il numero dei professionisti potrebbe non essere sufficiente. La denuncia arriva dal presidente dell’Aaroi-Emac Alessandro Vergallo, in un’intervista su “Il Messagero“. «In terapia intensiva al momento su un totale di 18 mila anestesisti rianimatori – informa – ne mancano ancora tremila tra pubblico e privato» per ottenere un numero sufficiente.

Un avvertimento più che un allarme per ora, ma Vergallo ribadisce la necessità di monitorare la situazione. Per ora negli ospedali la situazione è ancora sotto controllo, «a parte l’ospedale di Cagliari, per la particolare situazione in Sardegna». Le carenze di personale sono state risolte con «l’assunzione straordinaria dei colleghi specializzandi degli ultimi due anni». Mille professionisti in più che non coprono però quei tremila cui fa riferimento Vergallo. «A lungo termine i posti di specialità sono stati aumentati, ma è un risultato che vedremo nei prossimi cinque anni», aggiunge.

IN TERAPIA INTENSIVA SI MUORE MENO?

Non è un problema che riguarda solo l’Italia quello della terapia intensiva e del numero di anestesisti e rianimatori. All’estero Vergallo riferisce una carenza ancora maggiore, causata da definizioni di ruolo meno stringenti. Il lato positivo resta che attualmente un malato di Covid-19 in terapia intensiva è curato “meglio” rispetto a marzo. «Abbiamo conoscenze e strumenti conoscitivi in più che ci aiutano nelle diagnosi – spiega – e ci consentono di sapere quali farmaci sono efficaci per trattare i sintomi». Anche se una terapia non esiste ancora.

Sulla potenza del virus è molto netto: «I casi in terapia intensiva non sono meno gravi in sé, cambia il risultato perché risentono di una diagnosi molto più precoce e di strategie terapeutiche più affinate».

 

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