Salute 30 Giugno 2021 11:08

Perché alle aziende farmaceutiche serve un public and government affairs manager

Intervista a Emanuele Salamone, esperto e consulente di diverse aziende farmaceutiche: «Il dopo Covid? Più risorse e cooperazione tra Stato e aziende»

di Federica Bosco
Perché alle aziende farmaceutiche serve un public and government affairs manager

La pandemia da Covid ha cambiato lo scenario della sanità. Molte figure professionali hanno acquisito rilevanza mediatica, altre sono diventate strategiche per le aziende farmaceutiche. È il caso dell’addetto alle public and government affairs, un profilo manageriale da anni presente nel panorama aziendale ma che oggi è diventato strategico in ambito sanitario, come racconta a Sanità Informazione Emanuele Salamone, consulente di diverse aziende farmaceutiche chiamato a fare lobbying e relazionarsi con istituzioni e stakeholders della sanità.

Cosa fa chi si occupa di public and government affairs in questo periodo?

«Questo profilo non esiste nell’ambito sanitario, ma oggi è essenziale per le aziende farmaceutiche ed è fortemente concentrato su quelle che sono le attività di approvazione dei farmaci, di relazione tra aziende e istituzioni e con le associazioni di pazienti che sono diventate vere lobby. Io oggi rappresento la società farmaceutica in contesti istituzionali e nelle relazioni dirette con gli opinion leader di diversi ambiti medici. È dunque estremamente importante nel contesto attuale, nel momento in cui si sono verificate storture che hanno condizionato la campagna vaccinale».

Quali sono stati gli errori fatti nel corso della campagna vaccinale e che si potevano evitare dal suo punto di vista?

«Partirei dal piano di approvvigionamento dei vaccini: è stato fatto un processo di immissione sul mercato e tra i vari Stati europei frammentato ed eterogeneo. Questo ha certamente rappresentato un primo problema che ha generato, a cascata, altre criticità. Sicuramente un buon dialogo favorisce una distensione dei rapporti tra gli stakeholders di riferimento, ed una buona strategia di public affairs è essenziale per evitare storture sui vari processi e a più livelli».

In che senso?

«Voglio dire che in momenti singolari ed unici come quelli che abbiamo appena attraversato per via della pandemia si ponevano degli interrogativi fondamentali per creare nuovi paradigmi di confronto tra aziende e istituzioni in cui pubblico e privato avrebbero dovuto, almeno all’inizio, sfumare i loro contorni e collaborare proattivamente. Ecco, chi si occupa di public affairs serve in questo momento ad agevolare da una parte i meccanismi e rendere più fluidi i rapporti tra aziende e istituzioni, dall’altra a gestire le relazioni con i media. Non sempre le aziende hanno figure in grado di relazionarsi perché manca alla base una formazione ad hoc».

Per ricoprire questo ruolo che tipo di formazione serve?

«Non esiste un profilo preciso, ma negli ultimi anni l’offerta formativa si è ampliata notevolmente. Nel mio caso sono laureato in economia e ho una forte passione per la comunicazione istituzionale, per cui nel corso del tempo ho seguito anche master e corsi di specializzazione. Posso dire che è fondamentale essere multidisciplinari, ma occorrono criteri di base che sono: capacità di sintesi, di negoziazione, avere leadership, creare networking ed essere specializzati in vari temi, in particolare legislativi, senza trascurare una predisposizione per gli scenari politici dai quali non si può prescindere. Inoltre, tutto ciò che è comunicazione e public relations risulta essere parametro importante, ma non basta».

Cosa fa allora la differenza?

«Servono skills fondamentali perché questo lavoro è fatto di sfumature che bisogna saper cogliere ed è necessario essere incisivi, capire quelle che sono le policy aziendali. Quando si parla di public affairs nelle aziende che si stanno ristrutturando, si opta per delegare il ruolo a soggetti che arrivano dal marketing, ma non sono performanti perché non hanno un approccio multidisciplinare, talvolta mancano di visione d’insieme.  Saper parlare di economia, di finanza, di politica sanitaria è essenziale così come dialogare con i mass media, i sindacati, i consumatori, i gruppi di opinione e con il grande pubblico. Questo è il mix che crea quegli equilibri che portano virtuosismi per l’azienda».

Alla luce della sua esperienza come giudica il fatto che mentre il vaccino AstraZeneca è stato demonizzato, Pfizer, nonostante si siano altresì riscontrati effetti collaterali, non ha subìto lo stesso linciaggio mediatico?

«Premetto che non intendo entrare nel merito delle scelte di ogni azienda, mi limito a fare una riflessione da addetto ai lavori per quel che concerne la mia sfera professionale. Sicuramente chi attua un piano di comunicazione efficace, con una giusta strategia di crisis management e dei professionisti che sappiano rappresentare le aziende nei contesti istituzionali, ha certamente qualche arma in più. In momenti delicati come quelli di un lancio di un prodotto o una campagna vaccinale complessa e massiccia, una qualsiasi azienda deve attuare una strategia di supporto a più livelli che contempli ogni scenario per poter prevenire situazioni difficili quando possibile, o saperle affrontare con i giusti strumenti».

Come immagina il dopo Covid per il suo ruolo?

«Ritengo si siano già rivisti tutti i paradigmi per cui oggi le aziende farmaceutiche e la ricerca hanno ritrovato quella centralità che serve. Immagino in futuro ci possa essere una forte cooperazione tra Stato e aziende. Quindi figure come quella del public affairs manager saranno centrali per l’azienda, al pari di un CEO».

 

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