Salute 27 novembre 2018

PCDH19, la malattia cronica e rara “delle bambine”. Cusmai (OPBG): «Diagnosi era difficile, oggi con analisi genetica-molecolare è possibile»

«È causata dalla mutazione di un gene e si manifesta nel primo anno di vita con crisi epilettiche, febbre alta, disturbi comportamentali e di linguaggio. Importante sostenere la ricerca». L’intervista alla neurologa Raffaella Cusmai

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È stata scoperta nel 2008 ed è una malattia complessa come il nome che porta: PCDH19. Si tratta di una patologia conseguente alla mutazione di un gene (PCDH19) che codifica la proteina ‘protocaderina 19’ appartenente ad una famiglia di molecole che favoriscono la comunicazione delle cellule del sistema nervoso centrale. In gergo si definisce la ‘malattia delle bambine’ perché colpisce in prevalenza le femmine nel primo anno di vita. In Italia «sono diagnosticati poco più di 60 casi», dichiara in un’intervista a Sanità Informazione la dottoressa Raffaella Cusmai, neurologa dell’ospedale Bambino Gesù e membro del comitato scientifico della onlus ‘Insieme per la Ricerca PCDH19’.

PCDH19: una patologia che non tutti conoscono vista la sua rara incidenza. Di cosa si tratta e come si manifesta?

«PCDH19 è un gene che ha dato il nome a questo complesso sindromico ed è utile a codificare una proteina che è la protocaterina 19, quest’ultima è molto importante perché favorisce il ‘colloquio’ delle cellule del sistema nervoso centrale. Se questa proteina è ridotta, malformata oppure non è in grado di compiere tutte le sue funzioni, può dare luogo ad una malattia che colpisce in prevalenza le bambine (infatti sono descritti rari casi della letteratura mondiale riferibili a maschi affetti) e di cui si può fare una diagnosi anche nel primo anno di vita o perlomeno sollevare un sospetto diagnostico».

Per quanto riguarda i sintomi, trattandosi di bambine molto piccole, quali sono i segnali?

«Il primo segnale è l’apparizione di crisi epilettiche che può avvenire anche molto precocemente (intorno ai 6 mesi di vita o anche più tardivamente). Queste crisi hanno una caratteristica: sono accompagnate dalla febbre e si manifestano ‘a grappoli’ cioè tante nel corso della giornata. Le crisi hanno differente durata, si passa da qualche secondo a qualche minuto ed ovviamente comportano il ricovero ospedaliero. Le bambine che manifestano questi sintomi in genere sono in buona salute e hanno un normale sviluppo psicomotorio precedente al problema».

La diagnosi è complessa? C’è il rischio di non identificare subito la patologia?

«Oggi la diagnosi è fattibile, in passato non era semplice. Oggi quando si manifestano in una bambina nel primo anno di vita crisi epilettiche costanti con febbre il sospetto diagnostico è immediato e quindi si può procedere all’esecuzione del prelievo per la diagnosi genetico-molecolare. Attraverso questo test è possibile rilevare questo gene malformato o ridotto nelle sue funzioni, oppure addirittura mancante e procedere con la diagnosi della malattia».

Una volta accertata la diagnosi la malattia come evolve?

«Nel corso della vita quando la paziente cresce può incorrere in manifestazioni epilettiche, ed è possibile che si manifestino anche disabilità cognitive di entità variabile. Può succedere anche che subentrino disturbi comportamentali e in alcune bambine purtroppo anche una sindrome di tipo autistico. Poi ci sono casi che non presentano epilessia, sono pochi ma possono verificarsi con deficit cognitivi e disturbi comportamentali minori. Insomma il decorso è variabile da bambino a bambino: all’inizio della diagnosi non si può dire quale sarà il paziente che andrà incontro ad una disabilità cognitiva lieve o severa, oppure ad un disturbo di comportamento autistico o cognitivo. Ci tengo a dire che per aiutare la ricerca rispetto a questa sindrome è nata l’associazione ‘Insieme per la Ricerca’, una onlus che si occupa di questi casi  e sostiene le famiglie».

Quali sono le terapie oggi messe in campo?

«Per l’epilessia nello specifico non c’è un consensus mondiale e neanche per la PCDH19. In genere si adoperano dei farmaci antiepilettici, alcuni più efficaci, altri meno, però non esiste un protocollo internazionale, quello che sappiamo è che se è vero che nei primi anni di vita le crisi vengo favorite dalla febbre, si cerca di tenere la febbre sempre sotto controllo. Quindi non c’è una terapia specifica di antiepilettici da somministrare a queste bambine che ovviamente nel frattempo crescono ed è fondamentale sapere quali possono essere le aree deboli. Una delle fasce più deboli è il linguaggio, noi sosteniamo che queste bambine vanno avviate ad una precoce valutazione logopedica e iniziare delle sedute se serve. Qualche bambina è impacciata e goffa, dunque è assolutamente consigliata una terapia psicomotoria. Un aspetto che sembra trascurabile ma in realtà è fondamentale è l’aspetto relazionale: per esempio frequentare l’asilo, può mettere a rischio la salute della bambina perché potrebbe essere soggetta più frequentemente a contagio, tuttavia la socializzazione è un aspetto basilare per affrontare al meglio la malattia».

In Italia sappiamo quanti casi ci sono?

«Sono più di 60 casi descritti, però è anche vero che affinando i criteri diagnostici oggi è più facile individuarli, una volta era più difficile. Tant’è che siamo andati a recuperare delle pazienti (all’epoca bambine oggi ragazze), che in passato avevano manifestato sintomi che non erano stati riconosciuti, oggi in quei casi non diagnosticati è stata provata la mutazione genetica».

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