Salute 17 luglio 2018

Come funziona l’Ospedale di Comunità. Dal Veneto alla Toscana, ecco come le regioni si stanno preparando

L’O.d.C. avrà una funzione intermedia tra assistenza domiciliare e ricovero ospedaliero. L’assessore toscano Saccardi: «Consentirà di offrire una risposta più strutturata al paziente che non è ancora in grado di gestirsi in modo autonomo»

di Giovanni Cedrone e Viviana Franzellitti
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È uno strumento previsto dal Piano nazionale della cronicità e ora la sua attuazione entra nel vivo. L’Ospedale di Comunità o, per esteso, il “Presidio sanitario di assistenza primaria a degenza breve” ha ora un regolamento ufficiale, elaborato dal Ministero della Salute, che sta per approdare alla Conferenza Stato-Regioni. Ma come funzionerà l’ospedale di Comunità? Avrà in realtà una funzione intermedia tra l’assistenza domiciliare e il ricovero ospedaliero ed è indirizzato a pazienti che necessitano di “interventi sanitari a bassa intensità clinica” potenzialmente erogabili a domicilio ma che vengono erogati in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio stesso. L’O.d.C. potrà essere pubblico o privato e non potrà avere più di 20 posti letto. La responsabilità clinica del paziente sarà in capo al medico di famiglia o a un medico operante stabilmente nella struttura, mentre la responsabilità organizzativa e gestionale di ogni singolo modulo tocca invece al coordinatore infermieristico. Per accedervi bisognerà avere una diagnosi e una prognosi già definita.

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Tra gli obiettivi del ricovero anche l’enpowerment dei pazienti e del caregiver attraverso l’addestramento alla migliore gestione possibile delle nuove condizioni cliniche.

«L’O.d.C. può sicuramente rispondere ai problemi della cronicità visto e considerato che abbiamo dovuto ridurre i posti letto ai sensi del decreto ministeriale 70 – spiega a Sanità Informazione Luca Coletto, Assessore alla Sanità della Regione Veneto e Presidente Agenas – Di conseguenza servono degli ambiti riabilitativi e a bassa intensità di cura che permettano al paziente di riabilitarsi senza necessità di tempi ristretti e che permettano di farlo nella vicinanza del domicilio». Il veneto sembra essere all’avanguardia sul tema: «Sono almeno tre anni che ci lavoriamo, abbiamo attivato quasi un migliaio di posti letto come ospedale di comunità o presidio riabilitativo. Vorremmo attivarne altrettanti in luoghi strategici sia come riabilitazione ma soprattutto come ambito di ricovero con bassa intensità di cura per i pazienti anziani scompensati», conclude Coletto.

Anche la Toscana, dove si sono registrate alcune esperienze pilota, sembra essere a buon punto. Lo conferma l’Assessore regionale alla Sanità Stefania Saccardi: «Noi abbiamo già delle esperienze di ospedale di comunità in Toscana. Possiamo chiamarli così oppure letti a bassa intensità assistenziale dove cioè il ruolo del medico di medicina generale è un ruolo importante perché prende in carico il paziente nella fase di uscita dall’ospedale, lo prende in carico però in un luogo in qualche modo protetto, che non ha i costi della cura ospedaliera ma che consente di offrire una risposta più strutturata al paziente che non è ancora in grado di gestirsi in modo autonomo presso il proprio domicilio sia per condizioni di carattere sanitario che di carattere sociale».

È al lavoro sulla sanità territoriale l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio Alessio D’Amato: «L’attività in questo momento per noi intensa è relativa al potenziamento della sanità territoriale, le case della salute e l’assistenza domiciliare. Adesso vedremo anche come calare nella realtà del Lazio il modello che è in discussione anche in Conferenza Stato-regioni anche perché noi abbiamo alcune particolarità soprattutto nella dorsale appenninica di aree disagiate per quanto riguarda gli accessi che di recente sono stati purtroppo anche oggetto del sisma. Ci stiamo lavorando però per il momento siamo molto concentrati sul tema Case della salute e dell’assistenza domiciliare».

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